venerdì 15 ottobre 2021

Le emozioni

 


2 - Il trionfo delle emozioni 
 
“Le emozioni devono essere controllate dalla ragione”: frase che non considera che l'emozione è il motore e la ragione è l'autista, che l'emozione non può essere repressa, bensì educata, come la ragione. 
Mi viene in mente un fatto di sei anni fa che trovai allora, e lo trovo ancora, notevole. Non sono un giornalista e dunque non intervengo su ciò che accade,  e quando ci sono eventi che toccano la mia visione del mondo, penso  che debbano essere “decantati” e solo se reggono al tempo come accadimenti emblematici,  all’occasione “esco” con le mie riflessioni.
Papa Francesco in aereo sei anni fa disse che avrebbe dato un pugno a chi avesse offeso la madre. 
 - Roma, 15.01.2015. Il papa dice: "… ma se il mio amico dice una parolaccia sulla mia mamma, si aspetti un pugno. Ma è normale". (Agenzia Vista) -
Papa Francesco, in aereo, fu ripreso dalla televisione e il mio ricordo è preciso. Frase decisamente autentica, il gesto accompagnava la parola. Qui, a distanza di tempo,  riprendo il fatto.  
Secondo Il comando delle “due guance”: Se ti danno uno schiaffo, offri l’altra guancia, il papa avrebbe dovuto offrire anche il padre all’aggressore verbale. Francesco disse invece che avrebbe dato un pugno. Quindi le “due guance”, nel senso tramandato, vengono accantonate: parole e gesto sovvertono quel principio perché danno importanza all’emozione. La frase del “pugno” e il gesto che l’accompagna hanno un significato rivoluzionario, eppure all'evento fu dato poco peso.  Frase e gesto avrebbero dovuto lasciare un segno  nella testa di chi medita. 
Dunque mi interessa recuperare il dato, che all’apparenza sembra banale: Bergoglio crede nella forza delle emozioni. Finalmente qualcuno che rappresenta un potere e che pone in primo piano le emozioni, qualcuno che ha la possibilità di parlare e di farsi ascoltare, e quindi di rendere ufficiali e di spessore pensieri e parole. Papa Francesco sente il bisogno di contraddire chi, quando parla di un crimine violento, taglia corto sulle emozioni. Viene in mente il confronto con ciò che impone la giurisprudenza, che tende a ignorare le emozioni. Infatti pretende che la legittima difesa sia proporzionata all’offesa, come a dire che se uno viene colpito con una bastonata debba avvisare l’aggressore con frasi tipo: scusa aspetta un attimo che io mi procuri un bastone simile al tuo. Perché guai se si accorge di avere a portata di mano un ferro appuntito e preso dal terrore di ricevere un’altra bastonata questa volta sul capo, che sarebbe la fine per lui, gli infila il ferro nel petto uccidendolo!
 
Per comprendere a fondo conviene tenere in mente che la personalità è un insieme costituito da affettività -relazioni ed emozioni-, cognitività -ricordo e soluzioni di problemi-, psicomotricità -abilità percettive e motorie-, metacognizione - consapevolezza dei propri processi affetti, cognitivi, motori-.
L’individuo si manifesta con comportamenti che risultano dall’interazione di questi quattro campi della personalità. Si possono reperire esempi significativi. In amore, quando si mobilitano le energie affettive, esse pure sono guidate da memorie e confronti di sogni o di realtà, sostenute da percezioni e sensazioni, espresse con parole e con gesti che le trasmettono. L’artista, che quando crea opera agli alti livelli della cognitività, è spinto da forte motivazione, sorretto dalla tensione del corpo. L’atleta, nel quale predomina l’attività motoria, è stimolato dal desiderio di toccare un nuovo record, oppure quando gareggia valuta e rapporta le forze dell’avversario alle proprie. Pure se manifestamente contraddistinti da uno di questi campi di personalità, i comportamenti dell’individuo esprimono una sintesi soprattutto quando tale sintesi è operata dalla consapevolezza e guidata dalla capacità  di controllo, cioè il campo della metacognizione.
Negli ultimi decenni alcuni studiosi si sono convinti che il punto di vista più corretto nello studio della personalità è quello che considera l’affettività, quindi la sfera emozionale, come ciò che determina di fatto le attività dell’individuo. 
Si indaga sulla intelligenza emotiva, si  sottolinea che il comunicare fatti e dati è intriso di emotività, e che le informazioni arrivano a destinazione se chi comunica gestisce con sapienza i suoi contenuti caricandoli di affettività positiva. Se non ci fosse l'emotività insomma saremmo inerti con tutta la nostra intelligenza.
E dunque forse, più ancora della cura della conoscenza di fatti e problemi per educare gli aspetti cognitivi, bisognerebbe partire dall’età giovanissima con l’educare gli aspetti emozionali e affettivi in modo che da adulti tutti, compresi i “giurisprudenti” siano tutti più prudenti nel discutere  sui delitti  e proporre pene.
Le emozioni non possono essere represse, bensì educate, come d’altronde anche la ragione, che deve essere curata con l’empatia e la flessibilità.
 



1 - Qualcosa sulle emozioni per cominciare

Tra gli studi alla ricerca psicofisiologica sulle emozioni, c’è quello  della relazione emozioni - organismo. Frasi come: “Me la faccio sotto dalla paura” non sono metafore.  “Mi si rivolta lo stomaco per lo schifo”, “Mi sale il sangue alla testa per la rabbia” e altre sono frasi reali: reazioni manifeste a determinate emozioni. Interessante la differenza tra le reazioni interne quando si è felici e quelle quando si è depressi. Nel primo caso tutto il corpo è attivato, la testa e il petto si accendono; nel secondo caso tutto il corpo si raggela, il petto è inerte. Lo hanno dimostrato quei ricercatori che hanno indagato le reazioni psicofisiologiche negli individui per tredici emozioni: amore, ansia, depressione, disgusto, disprezzo, felicità, invidia, orgoglio, paura, rabbia, sorpresa, tristezza, vergogna. Secondo alcuni scienziati queste emozioni non sarebbero di tutti i mammiferi, solo degli umani. Altri non sono d’accordo, io nemmeno. Vedo bene quanto mi “invidia” Laus, il pastore tedesco, che data l’altezza spia sempre nel mio piatto, e io - siccome l’invidia non mi è mai piaciuta - finisco sempre per dividere con lui la mia bistecca. Rabbia – paura – tristezza – gioia: queste quattro emozioni le prova anche Laus. La rabbia porta sia lui che il sottoscritto ad essere aggressivi, la paura a scappar via, la tristezza a starsene accucciati e isolati, la gioia a fare salti più o meno mortali. Risulta, proprio considerando come si manifestano, che queste quattro emozioni sono in realtà due coppie di opposti: attacco e fuga; ripiegamento su se stessi e apertura verso gli altri. A queste si possono aggiungere altre più raffinate emozioni: Attesa – Sorpresa –Accettazione – Disgusto. Anche queste sono due coppie che hanno al loro interno una forte relazione. Siamo in attesa e accade qualcosa che ci sorprende: la sorpresa è data proprio da ciò che non si attende. Il disgusto è dato dal fatto che ciò che a tutta prima ci attrae, invece ci ripugna.                                                                       
Essere insofferenti per tutto o vivere annoiati; avere paura di ogni cosa, che a volte sfocia nell’angoscia; sentirsi arrabbiati con se stessi e col mondo; al contrario vivere con apertura verso gli altri, avvertire dentro di sé il bisogno di dare comprensione, affetto, amore. Essere colti di sorpresa per eventi inaspettati, provare tristezza o disgusto per certi accadimenti, disprezzare azioni e persone. Insomma mi sembra proprio necessario imparare a riconoscere e a identificare i propri stati emotivi, si controllerebbe meglio il proprio pensiero, perché i processi emozionali impongono operazioni cognitive e comportamenti, come pure il nostro modo di pensare determina o modifica le emozioni. C’è una relazione tra ciò che pensiamo, ciò che proviamo e ciò che siamo. Pensieri ed emozioni si influenzano reciprocamente e influenzano il comportamento.   La scuola persegue scopi educativi legati soprattutto all’istruzione e al campo cognitivo; restano I genitori - entrambi - per educare le emozioni.  Questa è un’occasione per i genitori che dovrebbero prepararsi per … fare i genitori. Non si tratta di studiare, significa in qualche modo e misura acquisire quelle competenze necessarie per perseguire gli scopi legati all’affettività e alle emozioni e per questo non sono necessarie grandi conoscenze e abilità particolari. È sufficiente che i genitori siano consapevoli delle problematiche “generali sulle emozioni”, ed è necessario - proprio necessario - avere l’esigenza di trascorrere parte del tempo con i propri figli. 
 
 

 


venerdì 24 settembre 2021

 Una notte nel vigneto
 
È notte di luna piena e un uomo e una donna attraversano un uliveto per poi avventurarsi dentro un antico vigneto ad alberello, le cui cime superano i due metri. 
Il protagonista racconta all’amante quello che accade di notte tra le vigne accese di luce appannata e che può accadere anche a loro: essere  coinvolti in una festa, la festa dell’amore e degli uomini delle vigne, creature che vivono nel ventre della terra e che sono come vorrebbero essere tutti gli uomini.

Brano tratto dal mio audiovideo romanzo Dapprima erano ombre che trovi al LINK che segue, se vuoi ascoltarlo:  

venerdì 7 maggio 2021

 Sulla recitazione 

Aver a che fare con interpreti che non sono attori è stimolante. Accade nel cinema povero. A una persona che si trova la prima volta davanti alla macchina da ripresa o alla telecamera, che non ha mai interpretato un ruolo a teatro, insomma che si trova nelle condizioni di dover esprimere emozioni e sentimenti che non sono suoi, che non prova realmente, cosa può dire il regista del cinema povero? Non gli può chiedere nulla. E allora? 

Visconti era un mago o sapeva come fare? Proprio con “La terra trema” (1948), ispirato ai “Malavoglia” del Verga, dove dei veri pescatori diventano interpreti di un dramma sociale, Visconti si è imposto nel panorama del Neorealismo italiano. Il film, che doveva essere il primo di una trilogia siciliana, narra la storia di una famiglia di pescatori che non accetta che altri controllino il mercato del pesce. Il grande regista affida a interpreti non professionisti le espressioni di personaggi all’interno di un tema che tratta di ribellione, gente che lavora contro gente che non lavora e pure detta legge e si impone. 

Un capolavoro, ma non un caso unico. Molti altri registi hanno provato e ci sono riusciti. Ora poi col cinema povero diventa una necessità. Ma nel cinema povero non sempre riesce, anzi di rado i registi “tirano fuori” l’interprete da una persona che non ha alcuna esperienza di recitazione. Forse il più grave limite di questo cinema. La carenza che si nota di più nei festival. 

Quale la via da seguire, pure se rimane irta di difficoltà? 

Nel cinema povero far recitare un “non attore” è veramente un continuo problem solving. Si può a ragione dire che il risultato è merito del regista e del fotografo. Poco tempo fa, al termine di un’anteprima di un mio corto, alcune persone, che avevano applaudito, commentavano che l’interprete era stato “veramente bravo, aveva reso bene il personaggio”. Il direttore della fotografia, che conosceva come me i segreti del film, ed io ci siamo guardati perché di quei complimenti potevamo a buon diritto impadronirci noi due. Non volevamo svelare il nostro segreto ma con gli sguardi ci scambiavamo il merito e la soddisfazione. 

Non voglio togliere nulla alla persona che ha accettato con entusiasmo l’esperienza di interpretare un ruolo in un film e che ha mostrato la propensione a lasciarsi guidare, caratteristica imprescindibile che deve avere il “non attore”. Qui accenno a un momento del set per fare un esempio concreto e spiegare la “recitazione muta e inconsapevole”. 

A un certo punto della storia narrata il “mio non attore” doveva esprimere sconcerto. Lo sconcerto è difficile già per un attore, figurarsi per una persona che non ha mai provato a recitare. Invito voi che state leggendo a pensare a un evento inaspettato, che colpisca per esempio la vostra autostima, mettetevi davanti allo specchio e cercate di esprimere ciò che dovreste provate. Sarete poco convincenti. Così il fotografo e io avevamo questo problema. 

Dopo vari tentativi ho pensato che se l’interprete fosse stato “ripreso in primo piano”, avrebbe mostrato inequivocabilmente che la sua espressione non era consona con ciò che avrebbe dovuto provare, e quindi non avrebbe comunicato agli spettatori lo sconcerto del personaggio. Così ho proposto una soluzione drastica: riprendere un primo piano, ma di profilo. Immaginate la guancia del personaggio che sta vedendo insieme allo spettatore l’evento che lo sconcerta. In questo modo lo spettatore non vede la sua espressione, ma la immagina. E il direttore della fotografia subito dal canto suo ha pensato di creare un’ombra che incupisse. Il risultato era accettabile. Meglio ancora se dopo qualche secondo il personaggio gira un poco la testa, rivela interamente il profilo e lentamente si allontana. La sua scarsa reazione espressiva può essere scambiata per “un restare perplesso” di fronte all’evento. Il risultato è migliorato. Così insieme al fotografo ho costruito lo sconcerto del protagonista. 

Ci vuole una premessa, che il regista del cinema povero sia “sensibile” alla recitazione. Se il regista elegge come interlocutori soltanto il direttore della fotografia e l’operatore, il suo corto avrà cattivi attori. Essere “sensibili” alla recitazione vuol dire avere le conoscenze per individuare il buon risultato nella interpretazione, sapere cosa significa essere un interprete che esprime in modo convincente il personaggio, che ne comunica gli stati emotivi; vuol dire anche avere il gusto della interpretazione, del mettersi nei panni di un altro. Il regista del cinema povero deve preoccuparsi sin dall’inizio che nella sceneggiatura si utilizzi il dialogo con parsimonia, solo frasi essenziali, e che si faccia più affidamento alla recitazione “muta”, quella appunto che può essere controllata dal regista, come dirò tra breve, spiegandola. 

Se esistono tali premesse il regista del cinema povero, che dirige appunto attori che non hanno mai interpretato o che hanno difficoltà, deve “studiarsi” queste persone, proprio come persone, nel senso che deve apprendere quali possibilità offrono le loro espressioni facciali, le posture, i gesti. Per prendere a loro insaputa ciò di cui ha bisogno. Questa si può definire “recitazione muta e inconsapevole”. 

 


sabato 1 maggio 2021

   
Gli assilli di Saggina


 
Saggina è una bambina molto saggia, che per questo ha il soprannome di Saggina. Ha dieci anni, alta e magra come  le graminacee, spesso dice cose assennate. Il padre, un botanico, la chiama così perché veramente la sua bambina ha il cervello pieno di pensieri come le graminacee, il cui fusto sottile è pieno di midollo. 

E l’altro giorno Saggina ha chiesto al padre:
 
Papà, perché molte persone, quando si salutano, dicono “Ci vediamo”, pur sapendo che non si incontreranno mai più?
 
Hai ragione, le  ha risposto il padre. Qualche giorno fa, in uno dei miei  brevi viaggi, ero in una città affatto sconosciuta e in un momento di ozio. Mi divertiva la consapevolezza che tutto quello che avrei visto sarebbe stato davanti ai miei occhi una volta sola: tutto sarebbe esistito solo nella frazione di secondo in cui rubava la mia attenzione. Non c’era alcuna probabilità che avrei rivisto quella strada, quel palazzo, quell'edicola. Provavo la sensazione stordente del fugace, del contingente, dell’effimero: lasciarsi rapire da una prospettiva, da uno scorcio, da un campanile, da una vetrina; dai volti, dalle sillabe afferrate al volo e che hanno accenti, inflessioni del tutto nuove. Quella città l’avrei dimenticata, non sarebbe più esistita. 
 
Attraversai la strada tagliando il traffico e qualcosa guastò la mia euforia. Era qualcosa di familiare che mi veniva incontro da luoghi remoti della memoria: un tutt’uno di occhi sopracciglia naso e fronte. Man mano che il volto si avvicinava, si condensava su quegli occhi un aggrottare di sopracciglia: era evi­dente che gli facevo lo stesso effetto perché quegli occhi mi fissavano.
“Rubini!” esclamai nello stesso istante in cui lui pronunciava il mio nome ed eravamo l’uno di fronte all’altro. Tutti i miei pensieri svanirono di colpo, proprio come gli oggetti che avevo percepito fino a quel momento: curioso destino che coinvolgeva gli eventi e le meditazioni su quegli stessi eventi. 
“Come mai qui?”  
“Come mai tu? Questa è la mia città!”.
Rubini era un compagno di liceo vivo nella memoria insieme agli altri della classe. Non ci vedevamo da più di trent’ anni. 
“Ti ho riconosciuto subito!”
“Anch' io! A parte i colori non sei cambiato”
“Cosa fai, come stai?”
“Vivo qui da un pezzo, venticinque anni, credo. Ho uno studio legale proprio qui dietro. E tu” 
 Il dialogo terminò più o meno  di colpo, con una caduta repentina della tensione che ci aveva portato inizialmente addirittura all'abbraccio. Ci scambiammo poche informazioni sulle nostre vite e su quelle degli altri compagni dei quali tutti e due sapevamo pochissimo, quasi niente. Quando gli proposi di prendere un aperitivo­, e lui rispose che non poteva trattenersi neppure un secondo per un affare urgente, ebbi la certezza che sarebbe svanito come era apparso. Rappresentavamo una fase della nostra vita, qual è l’adolescenza ricca di scoperte. Per questo l’abbraccio iniziale. Poi una nuova qualità del ricordo, dovuta al fatto che anche nella stessa classe eravamo distanti. Così lui disse la frase che non doveva dire. Quando gli tesi la mano (tutti e due evitammo con “naturalezza" l'abbraccio), disse:  “Ci vediamo”.
Questa frase occupò tutto il resto della mia passeggiata.
 
Il problema era: come si può dire una frase così in un’occasione del genere. Rubini sapeva che quasi sicuramente non ci saremmo incontrati più. Era un suo modo di dire? No, questa spiegazio­ne non mi soddisfaceva. Decisi di  cercare l’origine di questa modalità di saluto.
Ipotizzai che all’origine avesse il significato di un augurio. Due amici o compagni di un tempo che si augurano di incontrarsi di nuovo. Avevo l’impressione invece che la frase di Rubini contenesse un significato opposto.
Quel semplice “ci vediamo”, poteva essere cortesia? Cortesia autentica sarebbe stata una frase come: “Mi ha fatto piacere vederti. So che è improbabile un altro nostro incontro perciò ti auguro buona fortuna”. Questa può essere considerata una frase cortese convincente. Gli avrei augurato anch’io buona fortuna. 
No, conclusi, era un intercalare, buffo. L’intercalare è tipico dell'impaccio. Rubini impacciato! Lui che nel mio ricordo apparteneva alla categoria dei compagni che si davano da fare e ne avevano le possibilità.
Ora la domanda era un’altra: perché ad alcune persone sembra difficile affrontare e risolvere un problema in fondo così semplice, quello di accomiatarsi definitivamente da una persona? È veramente così arduo dire una frase come quella che augura buona fortuna? È il definitivo che fa paura? Se è così, si comprende: dal definitivo si fugge, ma ciò significa incapacità di affrontare problemi relazionali di primo livello. 
Tutte ipotesi, da verificare naturalmente. Quanto a Rubini, lui probabilmente si era espresso con una frase all’apparenza paradossale, ma di fatto in due secondi mi aveva detto, magari senza una piena consapevolezza: “Non ti dico addio e buona fortuna perché non ne sono capace, e poi non mi importa gran che, perciò ti mando a quel paese facendoti credere che mi piacerebbe vederti”. 
Cara Saggina mia, in molte persone c’è in fondo la solita stupida sottovalutazione dell'altro, che come un boomerang torna al mittente e lo  rende ridicolo.
  
 
 
 
 

martedì 20 aprile 2021

     
 
         

  Simpatia e empatia
 
       Per  mesi ho cercato di educare all’empatia un contadino che teneva il suo cane alla catena. Gli ho spiegato in tutti i modi che il cane vive le emozioni come le viviamo noi, gli ho spiegato perché e come accade. Lui diceva che aveva capito e mi assicurava: “Lo libero dottò, quando vengo a lavorare e mi trattengo qui in campagna”.   
Ma mi prendeva in giro. E ciò mi ha disturbato molto. E così l’ho spiato, nascondendomi dietro le viti o mimetizzandomi con i fichidindia, l’ho osservato a lungo. Molto spesso, d’inverno, si tratteneva pochissimo e il cane sempre alla catena, perciò sono arrivato alla conclusione che non aveva capito o che rifiutava i miei suggerimenti. L’altro giorno mi sono detto: qui ci vuole “l’empatia forzata” (un tipo di empatia che mi sono inventato lì per lì); adesso con un colpo di mano e col nastro adesivo lo immobilizzo, libero il cane e metto il contadino al posto del cane. 
Confesso, a volte penso strategie educative assai dure, però sono convinto che come cane sarebbe migliore quanto a capacità empatiche. 
 
Ora per evitare di dove immaginare altre empatie forzate, sento l’urgenza di spiegare una volta per tutte la differenza tra simpatia e empatia. Se prendiamo in considerazione l’origine delle due parole, la differenza è minima e rimaniamo confusi quando sentiamo gli esperti parlare di empatia.
 
Avere simpatia per qualcuno: per l’etimologia “sentire, emozionarsi = patos, insieme sin=con”. Provare empatia: per l’etimologia è soffrire “dentro” (en), cioè essere in grado di provare la particolare condizione emotiva che sta provando l’altro.
Al di là della etimologia, nei dizionari si legge: avere simpatia significa avere attrazione e inclinazione istintiva verso persone o cose. Concretamente, significa essere orientato affettivamente verso un’altra persona al punto che se questa persona si è comportata in un modo che in genere non accetto, io sono portato a giustificarla; la simpatia implica un sentire positivo verso una determinata persona in quanto si avvertono affinità che possono essere di qualsiasi tipo. Avere delle simpatie, provare simpatia per qualcuno, è molto comune, quasi di tutti; ma è un rapportarsi con l’altro un po’ superficiale perché è la persona globalmente presa che ci attrae. La simpatia dunque parte da noi verso una persona ben precisa; si può provare simpatia per una persona anche se non la conosciamo  o la conosciamo appena, come può essere per esempio un personaggio della politica, dell’arte, dello sport eccetera; la quale persona forse nemmeno ci conosce  o se ci conosce resta indifferente.
 
L’empatia riguarda invece una capacità, quella di fare propria l’emozione dell’altro e in questo modo mettersi in comunicazione intensa con lui. Ma in questo caso l’Altro non è soltanto una persona particolare, l’Altro in realtà sono tutti coloro con cui veniamo in contatto e che sono in condizioni di emotività, dolorosa o gioiosa. In noi nasce con l’andar del tempo la capacità di “mettersi nei panni dell’Altro”, di “ascoltarlo”; e chi si trova in contatto con una persona empatica, scopre di non essere solo (… aver compagno al duol, scema la pena, recita l’antico adagio).  Dunque l’Altro avverte il nostro sentire e si apre così un contesto comunicativo funzionale ad ambedue.
L’empatia per forza doveva svegliare l’interesse degli psicologi: gli studiosi hanno indagato sulle condizioni che permettono l’insorgere di un comportamento empatico; alcuni clinici hanno proposto l’empatia come strategia terapeutica.
 
Cosa c’è alla base di questa straordinaria capacità?
Le  indagini degli ultimi decenni hanno sottolineato che il soggetto empatico è soprattutto un individuo affettivo e emotivo, uno che sperimenta le emozioni e quindi le conosce e le comprende. E per questo gli è facile avvertirle negli altri.
Si capisce ora quanto è abissale la differenza tra simpatia e empatia. E si capisce anche perché io mi affannavo a parlare di emozioni al contadino e gli dicevo della sofferenza del cane e poi mettendolo al posto del cane volevo fargli capire la sofferenza dell’animale. 
E desidero perciò aggiungere che non siamo soltanto noi, esseri umani, a provare empatia per i nostri simili, alcuni animali come, per esempio i cani e gli scimpanzé, sentono la sofferenza degli altri, anche del loro compagno umano. Ci sarebbe ora da raccontare le storie che hanno rivelato l’empatia negli animali e poi concludere sulle differenze tra uomini e animali quanto all’empatia…  Ma ovviamente mi fermo qui, riprendo il discorso soltanto se me lo chiedete espressamente.

  

lunedì 12 aprile 2021

 

BAZZECOLE E PISTACCHI

Le frasi che uccidono 2°

  • Faccio sempre una pessima figura
  • Non è mai colpa mia
  • Tentare è il primo passo verso il fallimento
  • Il giudizio degli altri è più importante del mio
  • Investire su se stessi è una perdita di tempo
  • Il mondo è creato per i furbi
  • Non vale la pena sforzarsi, le cose vanno come devono andare


Non è tanto difficile controllare queste frasi che nascono dalla nostra testa e veramente tentano - e a volte riescono - di ucciderci. 

Appena “sentiamo dentro di noi” frasi simili a quelle poste all’inizio come se fossero dette da qualcuno, chiediamoci prima di tutto se corrispondono al vero, o se sono esagerate ed enfatizzano aspetti che hanno poco a che fare con le nostre capacità. Poi verifichiamo se veramente corrispondono alla nostra esperienza, intendendo anche l’esperienza che abbiamo delle vicende altrui. 

Per esempio consideriamo la frase “Investire su se stessi è una perdita di tempo”. Se conosciamo qualcuno che “investe su se stesso”, che si è posto degli obiettivi e si è dato da fare e ancora è impegnato a raggiungerli,  meditiamo sui suoi comportamenti. Cosa fa per raggiungere gli obiettivi che si è posto? E le nostre capacità sono tanto diverse dalle sue?   A questo punto ci chiediamo: chi “parla dentro di noi” e dice che “investire è una perdita di tempo” vuole aiutarci, darci dei suggerimenti, oppure vuole, al contrario, colpirci e annientarci? Si tratta di autolesionismo. E allora poniamoci la domanda: perché voglio farmi del male?

Se esaminiamo noi stessi e le nostre capacità con un certo grado di realismo, ci possiamo rendere conto per esempio se una cosa siamo in grado di farla oppure no. Se siamo in grado, facciamo il possibile per realizzarla; altrimenti decidiamo se apprendere oppure lasciar perdere. Questo significa “controllarci”, nel senso che  il luogo in cui avviene questo controllo si trova dentro di  noi.  

Vediamo questa  frase: “Tanto io sono fortunato!” (oppure "sfortunato").

Fare ricorso alla fortuna-sfortuna sposta il “luogo del controllo”.  Se  concludiamo che le capacità dell’individuo, quindi anche le nostre, non hanno nulla a che fare con ciò che gli accade nella vita, significa che  ci abbandoniamo al “caso”, che non possiamo controllare, e dunque il luogo del controllo sarebbe fuori di noi. 

Cosa voglio dire? Che frasi come: “Tanto io sono fortunato (o sfortunato)!”. “Non vale la pena sforzarsi, le cose vanno come devono andare”. “Non è mai colpa mia”: sono delle scuse; dunque non riconosciamo le nostre responsabilità, tiriamo i remi in barca,  siamo vigliacchi,  il nostro atteggiamento è quello del perdente. Siamo dei perdenti prima di perdere, 

che è peggio del perdente che perde dopo che si è dato da fare e ha lottato e che per questo non è un perdente. Significa che ha perduto una battaglia, ma non si è lasciato fiaccare.

In conclusione: se ci diciamo frasi come quelle dell’inizio, conviene analizzarle   e cercare di capire perché ce le diciamo.

domenica 21 marzo 2021


BAZZECOLE E PISTACCHI

 

Le frasi che uccidono 1°
 
La frase che eccelle nel massacrare l’individuo è un TU DEVI imprecisato
che qualcuno ci pone nella testa e che in breve dilaga e pervade tutto ii nostro essere. In più c’è da dire che questa frase possiede una caratteristica micidiale, quella di mascherarsi. Per questo è più difficile difendersi. 
 
Allora alleniamoci intanto a individuare quelle frasi che ci poniamo noi stessi nella nostra testa. Frasi come queste che seguono:
“Come sempre, non ce la farò”. “Troppo facile, per questo mi è riuscito”. “Per forza! Sono stato aiutato”. Sono frasi che rivelano scarsa fiducia in se stessi.
Oppure frasi, come queste altre, che dimostrano all’opposto un’eccessiva autostima. Per esempio: “Se proprio voglio, imparo queste cose in quattro e quattr’otto”. Frase a rischio, perché una fiducia eccessiva in noi stessi ci fa compiere azioni che possono tradursi in insuccessi.
Oppure: “Volere è potere!”. Quest’ultima è insopportabile, e infatti come il TU DEVI sono gli altri a dettarcela e se sono genitori o insegnanti, comunque persone per noi importanti, siamo fottuti perché come il TU DEVI penetra nel cervello più facilmente e ci condiziona per tutta la vita. 
 
Insomma tra frasi che diciamo a noi stessi e frasi che ci iniettano nella testa abbiamo un corredo di pensieri che contribuiscono comunque a indebolire la nostra autostima: temiamo di agire oppure agiamo da incoscienti e ci  procuriamo  insuccessi. Come se non bastassero le vicende che aggrediscono dall’esterno, abbiamo anche il nostro terreno interiore minato, e molte di queste mine ce le siamo poste noi stessi. Sono frasi che uccidono e dobbiamo imparare per prima cosa a riconoscerle, poi a difenderci. 
Credo che questo sulle “frasi che uccidono” sia un discorso da affrontare proprio in circostanze come questa.
Durante la pandemia, se superiamo la disperazione, ci predisponiamo al bilancio con l’intenzione di una valutazione realistica, guidata dalla consapevolezza e dall’accettazione, scevra dei condizionamenti che fanno vedere il peggio ovunque, favorendo una visione del mondo e di noi stessi infantile e distorta.
 
Alla prossima