lunedì 8 dicembre 2008

APPUNTI DI UN “ SEDICENTE “ REGISTA - 2

Ideacce sul soggetto

Ma possibile che siano così pochi i registi che fanno un film da un’idea tutta loro!? La gran parte – e parlo ovviamente di registi di gran livello – ha bisogno di un autore da cui prendere un’idea, una storia. Come se uno scrittore scrivesse un romanzo traendo spunto o addirittura “prelevando” la trama di un racconto scritto da altri. Naturalmente parto dalla convinzione che un regista è un narratore che si esprime con il linguaggio delle immagini in movimento.

Mi pare proprio che sia così. E allora un po’ di orgoglio! I registi partano da cose proprie, elaborino una propria storia da raccontare!

Per quali condizioni un regista può essere giustificato se porta sullo schermo una storia preesistente espressa con il linguaggio letterario? Come accadeva ai grandi pittori di un tempo, ai quali veniva affidato il compito di narrare con le immagini e i colori vicende raccontate da altri o eventi storici reali di forte rilievo, così accade che si affidi a un regista la versione filmica, per esempio di un’opera di Omero oppure di un dramma di Shakespeare, o di un romanzo di un autore contemporaneo di successo. In questi casi, al di là delle motivazioni, culturali oppure commerciali, è comprensibile che un regista sia stimolato quasi a competere con l’autore dell’opera originaria.

Non è un caso che specie quando si tratta di un romanzo ci siano commenti che pongono a confronto il film con il romanzo da parte di chi ha visto l’uno e letto l’altro. Ne scaturisce appunto una sorta di competizione. Una dimostrazione che sono entrambi, scrittore e regista, considerati dei narratori che utilizzano linguaggi differenti.

Perché accade questo? Il linguaggio delle immagini e il cinema e la televisione che lo veicolano sono alla portata di tutti sia per il costo, un film costa meno di un libro, sia per la comprensione, perché il linguaggio analogico è più facile da decodificare, sia - soprattutto - per l’abitudine a tale linguaggio e il rifiuto di accostarsi a quello letterario. Ecco allora che si spiegano queste operazioni commerciali di trasferimento da un linguaggio all’altro. Non accetto però quando tali operazioni vengono coperte da scopi culturali. Spesso si sente dire: è meritorio portare sullo schermo e far vedere l’Odissea a gente che altrimenti non la conoscerebbe mai. Anche per questo m’incazzo. Come se le vicende di Ulisse fossero l’Odissea ( al di là del nome Odisseo che vuol dire appunto Ulisse ). Le vicende di Ulisse sono la storia narrata nell’Odissea, ma non sono l’Odissea di Omero. Sullo schermo non è Omero che narra, ma il regista cui è stato dato il compito di raccontare le gesta dell’Ulisse di Omero.

Chi non legge – a rigore il greco – non conoscerà mai Omero. Allora dobbiamo avere coraggio, non si scappa da questa alternativa: o ce ne freghiamo di chi non legge, resti pure coi suoi limiti! o ce ne freghiamo di Omero, ha troppi anni!

A parte dunque queste condizioni bisognerebbe entrare nell’ottica che un regista è un autore… sarà perché ho alto il senso dell’arte cinematografica che non accetto la subalternità all’opera letteraria.
Ma il primo a convincersi di essere un autore deve essere il regista. Altrimenti farà sempre ricorso alle idee altrui.

E dunque la formazione del regista deve partire dallo stimolare e sviluppare la capacità di pensare e scrivere soggetti.

L’affermazione convinta ( e spero convincente ) espressa nelle righe in corsivo suggerisce che
gli aspiranti registi devono essere aiutati a soffermarsi su tutte quelle opere che raccontano qualcosa, qualunque sia il linguaggio utilizzato, quindi opere di scrittori, poeti, registi che hanno filmato storie loro, fotografi, pittori e scultori e architetti, tutti insomma quegli artisti che
“ hanno cose da dire “. Aiutare gli aspiranti registi a risalire dalle storie alle idee che ne sono alla base, discutere sulle idee, discutere sulle storie. Formare una cultura delle idee e delle storie che possono esprimerle. Se questa fase è carente, il rischio è grave. I registi continueranno ad andare alla ricerca di idee e di storie altrui. E c’è un rischio più grave. Un regista non abituato a risalire dalla storia all’idea, abituato invece a soffermarsi alle vicende, alla trama, può non comprendere e travisare per esempio un romanzo. Una cosa del genere è accaduta, ne sono stato osservatore impossibilitato a intervenire. E’ accaduto che non venisse colto il senso di un racconto proprio di un autore noto per essere un indagatore dell’animo umano. Una buona cultura di base avrebbe potuto mettere in guardia il regista che si apprestava a realizzare un film da quel racconto e gli avrebbe evitato di ridurre una storia di profonda introspezione psicologica a una vicenda senza spessore.

Se consideriamo da una parte i film delle grandi produzioni e dall’altra i film dei video maker, questi ultimi sicuramente battono i registi del cinema quanto a coraggio di mettersi in gioco come autori e quindi realizzare film con idee loro e soggetti originali.


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mercoledì 15 ottobre 2008

Giacomo o dell'inquietudine

Sinossi

Se il momento del pensionamento non è desiderato, non è atteso come liberazione dall’impegno del lavoro, ma è
invece subìto, per esempio, per motivi di salute, il trovarsi da un giorno all’altro realmente fuori dal mondo produttivo può generare disadattamento e inquietudine.
Riuscire a dare un nuovo senso alla vita è ciò che preoccupa Giacomo e lo spinge a fare nuove, ma deludenti esperienze. Scoprirà comunque qualcosa di autentico che gli mancava.


Scheda tecnica

Titolo: GIACOMO o dell’inquietudine
Interpreti: Maurizio Mazzotta, Anna Stomeo
Soggetto e sceneggiatura: Maurizio Mazzotta
Musica: Ivan Gentile, Tonio Panzera
Fotografia: Davide Faggiano
Montaggio: Davide Faggiano, Maurizio Mazzotta
Formato: miniDV/colore
Durata: 20’
Regia: Maurizio Mazzotta
Produzione: 2 emme
Anno: 2005

mercoledì 17 settembre 2008

BIBLIOFILMOGRAFIA

LIBRI CORTI

narrativa romanzi e racconti

- Terra del Salento - racconti, Delfino, Taranto
- "Racconti aritmetici" in AA VV Aritmetica razionale, Lucarini, Roma
- "Favole matematiche" in AA VV Progetto Nuovi Programmi, I.D.E., Teramo
- La lettura intelligente - racconti,  vol. 1,2,3,5,6, Giunti-Lisciani, Teramo
- Nella magia delle Torri -  romanzo, Edizioni del grifo, Lecce
- Gli uomini delle vigne - romanzo, L’officina delle parole, Lecce
- TANGASS Tango con l'assassino - romanzo, e.book in GOODmood
- ALLO SPECCHIO Il pene male-detto e altri pezzi corti - articoli e racconti,  e.book in GOODmood

film lunghi e corti

- Sceneggiatura Testa giù gambe in aria lungometraggio pellicola, 1972
con Corrado Pani e Marina Malfatti. Regia Ugo Novello – Produzione Coop Welcome film.
- Gli uomini delle vigne videofiction 90’, nel 2003 selezionato AlternativeFilmFestival (Picciano).
- Bella signora 18’, nel 2004 selezionato ai Festival: Cinema Europeo (Lecce), Cortovisione
( S. Cesario), Cinemalbar (Lecce), Acayafilmfestival (Acaya).
- Giacomo o dell’inquietudine 20’, nel 2005 selezionato ai Festival: Cortovisione ( S. Cesario),
La 25 ora ( Rete La 7 ). Nel 2006 finalista a Inventa un film (Lenola). Nel 2007 selezionato a Cinema di Frontiera (Marzameni).
- Se fosse un caso 15’, nel 2006 selezionato per la Rassegna di Bussana Vecchia e a Cinema di Frontiera (Marzameni). Nel 2007 selezionato ai Festival: 90 minuti (Fonte Nuova), Nuartfest (Lecce).
- Perdizione 12’, nel 2006 premio migliore idea comica Arzanohumorciak (Arzano) e finalista a La 25 ora. Nel 2007 finalista a La Cittadella del corto (Trevignano). Selezionato a 90 minuti (Fonte Nuova), Nuartfest (Lecce), Corti e Liberi (Inveruno). Premio del pubblico migliore autore al Festival del Cinema Invisibile. Finalista a il Corto.it (Roma). Nel 2008 premio Corea miglior film nella sezione Danza e musica SalentoFilmFestival ( S.Vito dei Normanni ).
- Cuore di mamma 18’, nel 2008 selezionato a Nuartfest (Lecce), finalista a Inventa un film (Lenola).Terzo classificato all'EcologicoInternationalFilmFestival
- El tango es sueno ( 6’), nel 2009 Miglior Film al Corto Magliese
- Il cuore nei piedi - Riflessioni sul tango (20') nel 2009, docufiction. Coregia Marirò Savoia.
- Amen (27') nel 2010.
- Il viaggio del rimorso (22') nel 2011.

Tutti i corti sono in YOUTUBE http://www.youtube.com/user/mauriziomazzotta
e nel sito www.mauriziomazzotta.it






APPUNTI DI UN “ SEDICENTE “ REGISTA -1

“ Sedicente “! perché, siamo seri, ho realizzato soltanto alcuni corti. Escludo il lungometraggio, il primo, completamente amatoriale, non c’era un solo professionista, tutti eravamo più o meno alle prime armi senza arte né parte. E’ servito come palestra: ricordarsi che significa fare un film, avevo dieci anni di esperienza di scrittura del film e di presenza sul set, ma tanti anni prima; organizzarlo, realizzarlo; i contatti con i tecnici e gli interpreti. E’ servito: ora sta e rimane nel cassetto.
I cortometraggi sono un’altra cosa, c’è una forte presenza di professionisti o semiprofessionisti. Per esempio gli attori, che oltre a svolgere un lavoro diverso dal teatro e dal cinema si dedicano da decenni al palcoscenico. C’è una maggiore coerenza in tutti nell’impegno, quasi fossimo tutti dei professionisti. Insomma i miei corti appartengono alla categoria del cinema indipendente, quello povero, dalle risorse limitate.
Per quanto mi riguarda però, sono ancora - e non so se e quando scioglierò la riserva - un sedicente regista.

Allora tu che leggi dici: se hai delle riserve non chiamarti regista, punto e basta; perché un “sedicente” è una persona che crede di essere qualcosa ma non lo è, tu sai di non essere un regista e dunque semplicemente smettila di chiamarti regista.
NO, perché mi piace tanto e ho fatto sette corti, i sette nani, un bel numero. Comunque lascia stare e leggi, è più importante ciò che segue.

1. Ciò che deve saper fare un regista

Conviene individuare che cosa è che permette di definire regista un cineasta o un video maker. Il criterio più valido è la considerazione del prodotto, cioè il criterio della qualità. In teoria basta una poesia - romanzo, quadro, composizione musicale - per definire un poeta. E quindi anche pochi minuti di film. In teoria però!
Quanto al criterio della quantità, di sicuro è da eliminare. Un cineasta o un videomaker può aver realizzato mille film durante la sua vita e non meritare la qualifica di regista, se intendiamo con tale termine identificare un tipo di artista, come quando diciamo appunto pittore, poeta, narratore. Se il termine indica invece un ruolo professionale, è un’altra cosa. Uno che più o meno ha lavorato e lavora anche girando pessimi film, è un regista.

Sembra un discorso inutile, un discutere sul sesso degli angeli, ma la professionalità di un regista, l’arte di un regista sono particolari per complessità. E forse discutendone si acquista una consapevolezza che può tornare utile.

Via il criterio della qualità, che se estremo risulta improbabile. Via il criterio della quantità, che può definire una professione, non un artista. Cominciamo a considerare la formazione. Ecco! il discorso per definire un regista diventare un guazzabuglio. Come si forma un regista? Da quali studi o quali esperienze proviene? Basta un rapido sguardo e qualche notizia sul panorama dei registi ed ecco venire a conoscenza ( cito solo nomi famosi ) che tra i primi c’era un mago ( Méliès ) – e ciò la dice lunga sul cinema – ; alcuni iniziano come fotografi ( i fratelli Lumière, creatori del cinema, Bresson, che era anche pittore ), vignettisti ( come Fellini ); altri come scenografi ( Autant-Lara, Eisenstein ), montatori ( De Palma ). La gran parte proviene dalla recitazione ( per fare esempi: Welles, Chaplin, Lubitsch, De Sica, Eastwood, Clooney ) o dalla sceneggiatura ( esempi da Russia, Inghilterra, Italia, Danimarca, Austria: Dovzhenko, Hitchcock, Rossellini, Dreyer, Mayer ); altri hanno alle spalle e mantengono attività di romanziere ( esempi di casa nostra: Pasolini, Soldati ).
E’ certo comunque che bisogna avere una buona cultura di base; che è necessario aver studiato in qualche modo che cosa significa fare cinema; che bisogna aver visto film e film non come semplici spettatori ma con lo sguardo particolare di chi ha voglia di realizzarne uno; che conviene seguire concretamente tutte le fasi di lavorazione per imparare imitando, per imparare facendo. Dunque il regista in ultima analisi si forma sul campo? Ma cosa c’è prima? Ci può essere tutto, l’abbiamo visto!

Questo della formazione è un criterio inapplicabile visto che siamo in presenza di assai differenti percorsi.

Proviamo un altro criterio: quello delle “cose che fa colui che firma il film”. Sembra a tutta prima facile, in realtà il cinema è un mondo complesso. Questo film è di Tizio e questo è di Caio. Poi scopriamo che Tizio ha partecipato, con notevoli contributi di creatività, a ogni fase di lavorazione, dalla scrittura al set al montaggio e si è occupato anche della musica ( Charlie Chaplin ); Caio è stato presente solo sul set. E’ giusto che sia Tizio che Caio siano considerati alla stessa stregua, che a proposito del loro film si parli di tutti e due allo stesso modo, che insomma ambedue firmino l’opera?

Questo ci indigna. Io m’incazzo.

Devo abbandonarla questa impresa di definire un regista?
Fare il regista è professione, arte, di una complessità straordinaria e affascinante. Ci sono film che ci agganciano per l’intreccio della storia che non fa una piega, coerente, densa di emozioni; oppure film spumeggianti per i dialoghi serrati, intensi. E queste sono due differenti capacità proprie di chi scrive. Ci sono film che colpiscono per la fotografia, atmosfere forti o delicate che esprimono già il senso della storia; il montaggio, lento per assimilare o rapido, che ci lascia senza fiato e ci tiene ancorati alla poltrona. Il regista può non avere tutte queste capacità, può non essere uno scrittore o un fotografo o un montatore, o può avere solo una di queste capacità, la cosa necessaria è che
sia in grado di avvertire il fascino di ciascuno di questi linguaggi, di avere la sensibilità affinata per suggerire quantomeno in ogni fase ciò che occorre. Ed ecco un regista, che veramente sia tale e può firmare il film, discutere con lo sceneggiatore e dare il suo contributo già per il film scritto sulla carta; quando è sul set sapere ciò che vuole e chiederlo al fotografo; sedersi infine accanto al montatore e insieme a lui scegliere le inquadrature, costruire la sequenza, determinare il ritmo.
Nel film TANGO C. Saura ci presenta un momento significativo di creatività di gruppo. La sequenza tratta della nascita di uno spettacolo a opera di un gruppo creativo formato da personaggi che rappresentano il regista, lo scenografo, il fotografo e il coreografo. Lo scenografo illustra un bozzetto al regista. Appena lo scenografo termina di parlare ecco il fotografo e il coreografo, prima l’uno poi l’altro, intervengono e trovano le loro soluzioni da inserire nella scena ipotizzata dallo scenografo. Il regista ascolta semplicemente, ma la sua attenzione e il suo coinvolgimento sono tali che si avverte che egli sta sostenendo quelle proposte. Per me questo è il valore aggiunto: un regista deve anche saper guidare un gruppo creativo.

Allora è servito questo andare alla ricerca. Ora, almeno io, ho le idee chiare su ciò che deve saper fare un regista.