mercoledì 17 settembre 2008

APPUNTI DI UN “ SEDICENTE “ REGISTA -1

“ Sedicente “! perché, siamo seri, ho realizzato soltanto alcuni corti. Escludo il lungometraggio, il primo, completamente amatoriale, non c’era un solo professionista, tutti eravamo più o meno alle prime armi senza arte né parte. E’ servito come palestra: ricordarsi che significa fare un film, avevo dieci anni di esperienza di scrittura del film e di presenza sul set, ma tanti anni prima; organizzarlo, realizzarlo; i contatti con i tecnici e gli interpreti. E’ servito: ora sta e rimane nel cassetto.
I cortometraggi sono un’altra cosa, c’è una forte presenza di professionisti o semiprofessionisti. Per esempio gli attori, che oltre a svolgere un lavoro diverso dal teatro e dal cinema si dedicano da decenni al palcoscenico. C’è una maggiore coerenza in tutti nell’impegno, quasi fossimo tutti dei professionisti. Insomma i miei corti appartengono alla categoria del cinema indipendente, quello povero, dalle risorse limitate.
Per quanto mi riguarda però, sono ancora - e non so se e quando scioglierò la riserva - un sedicente regista.

Allora tu che leggi dici: se hai delle riserve non chiamarti regista, punto e basta; perché un “sedicente” è una persona che crede di essere qualcosa ma non lo è, tu sai di non essere un regista e dunque semplicemente smettila di chiamarti regista.
NO, perché mi piace tanto e ho fatto sette corti, i sette nani, un bel numero. Comunque lascia stare e leggi, è più importante ciò che segue.

1. Ciò che deve saper fare un regista

Conviene individuare che cosa è che permette di definire regista un cineasta o un video maker. Il criterio più valido è la considerazione del prodotto, cioè il criterio della qualità. In teoria basta una poesia - romanzo, quadro, composizione musicale - per definire un poeta. E quindi anche pochi minuti di film. In teoria però!
Quanto al criterio della quantità, di sicuro è da eliminare. Un cineasta o un videomaker può aver realizzato mille film durante la sua vita e non meritare la qualifica di regista, se intendiamo con tale termine identificare un tipo di artista, come quando diciamo appunto pittore, poeta, narratore. Se il termine indica invece un ruolo professionale, è un’altra cosa. Uno che più o meno ha lavorato e lavora anche girando pessimi film, è un regista.

Sembra un discorso inutile, un discutere sul sesso degli angeli, ma la professionalità di un regista, l’arte di un regista sono particolari per complessità. E forse discutendone si acquista una consapevolezza che può tornare utile.

Via il criterio della qualità, che se estremo risulta improbabile. Via il criterio della quantità, che può definire una professione, non un artista. Cominciamo a considerare la formazione. Ecco! il discorso per definire un regista diventare un guazzabuglio. Come si forma un regista? Da quali studi o quali esperienze proviene? Basta un rapido sguardo e qualche notizia sul panorama dei registi ed ecco venire a conoscenza ( cito solo nomi famosi ) che tra i primi c’era un mago ( Méliès ) – e ciò la dice lunga sul cinema – ; alcuni iniziano come fotografi ( i fratelli Lumière, creatori del cinema, Bresson, che era anche pittore ), vignettisti ( come Fellini ); altri come scenografi ( Autant-Lara, Eisenstein ), montatori ( De Palma ). La gran parte proviene dalla recitazione ( per fare esempi: Welles, Chaplin, Lubitsch, De Sica, Eastwood, Clooney ) o dalla sceneggiatura ( esempi da Russia, Inghilterra, Italia, Danimarca, Austria: Dovzhenko, Hitchcock, Rossellini, Dreyer, Mayer ); altri hanno alle spalle e mantengono attività di romanziere ( esempi di casa nostra: Pasolini, Soldati ).
E’ certo comunque che bisogna avere una buona cultura di base; che è necessario aver studiato in qualche modo che cosa significa fare cinema; che bisogna aver visto film e film non come semplici spettatori ma con lo sguardo particolare di chi ha voglia di realizzarne uno; che conviene seguire concretamente tutte le fasi di lavorazione per imparare imitando, per imparare facendo. Dunque il regista in ultima analisi si forma sul campo? Ma cosa c’è prima? Ci può essere tutto, l’abbiamo visto!

Questo della formazione è un criterio inapplicabile visto che siamo in presenza di assai differenti percorsi.

Proviamo un altro criterio: quello delle “cose che fa colui che firma il film”. Sembra a tutta prima facile, in realtà il cinema è un mondo complesso. Questo film è di Tizio e questo è di Caio. Poi scopriamo che Tizio ha partecipato, con notevoli contributi di creatività, a ogni fase di lavorazione, dalla scrittura al set al montaggio e si è occupato anche della musica ( Charlie Chaplin ); Caio è stato presente solo sul set. E’ giusto che sia Tizio che Caio siano considerati alla stessa stregua, che a proposito del loro film si parli di tutti e due allo stesso modo, che insomma ambedue firmino l’opera?

Questo ci indigna. Io m’incazzo.

Devo abbandonarla questa impresa di definire un regista?
Fare il regista è professione, arte, di una complessità straordinaria e affascinante. Ci sono film che ci agganciano per l’intreccio della storia che non fa una piega, coerente, densa di emozioni; oppure film spumeggianti per i dialoghi serrati, intensi. E queste sono due differenti capacità proprie di chi scrive. Ci sono film che colpiscono per la fotografia, atmosfere forti o delicate che esprimono già il senso della storia; il montaggio, lento per assimilare o rapido, che ci lascia senza fiato e ci tiene ancorati alla poltrona. Il regista può non avere tutte queste capacità, può non essere uno scrittore o un fotografo o un montatore, o può avere solo una di queste capacità, la cosa necessaria è che
sia in grado di avvertire il fascino di ciascuno di questi linguaggi, di avere la sensibilità affinata per suggerire quantomeno in ogni fase ciò che occorre. Ed ecco un regista, che veramente sia tale e può firmare il film, discutere con lo sceneggiatore e dare il suo contributo già per il film scritto sulla carta; quando è sul set sapere ciò che vuole e chiederlo al fotografo; sedersi infine accanto al montatore e insieme a lui scegliere le inquadrature, costruire la sequenza, determinare il ritmo.
Nel film TANGO C. Saura ci presenta un momento significativo di creatività di gruppo. La sequenza tratta della nascita di uno spettacolo a opera di un gruppo creativo formato da personaggi che rappresentano il regista, lo scenografo, il fotografo e il coreografo. Lo scenografo illustra un bozzetto al regista. Appena lo scenografo termina di parlare ecco il fotografo e il coreografo, prima l’uno poi l’altro, intervengono e trovano le loro soluzioni da inserire nella scena ipotizzata dallo scenografo. Il regista ascolta semplicemente, ma la sua attenzione e il suo coinvolgimento sono tali che si avverte che egli sta sostenendo quelle proposte. Per me questo è il valore aggiunto: un regista deve anche saper guidare un gruppo creativo.

Allora è servito questo andare alla ricerca. Ora, almeno io, ho le idee chiare su ciò che deve saper fare un regista.