lunedì 15 marzo 2010

ANDARE AL CINEMA di Maurizio Mazzotta

LA BOCCA DEL LUPO

La bocca del lupo è un film mediometraggio ( 76’) del 2009 di Pietro Marcello, interpreti Vincenzo Motta e Mary Monaco. Prodotto dalla Fondazione San Marcellino dei gesuiti, dalla Indigo film e da L’Avventurosa, è uscito nei cinema di recente dopo essere stato premiato
alla ventisettesima edizione del Torino film festival. Non è una storia originale, è tratto da un romanzo del 1892 di Remigio Zena ( pseudonimo di Gaspare Invrea ), pubblicato da Treves.
Zena è uno scrittore degli anni di Giovanni Verga e il suo romanzo, come quelli del Verga, appartiene alla letteratura verista. L’opera, dopo i riconoscimenti dei primi anni, è rimasta accantonata a lungo; è stata recuperata nel 1980 da Arnaldo Bagnasco, regista teatrale, che l’ha riscritta per il teatro, e al Teatro di Genova è stata rappresentata la prima volta con gli attori, noti in quegli anni, Lina Volonghi e Claudio Gora. In seguito altri registi e interpreti lo hanno messo in scena sempre a Genova al Teatro Ateneo (2001), al Teatro della Gioventù (2007) e al Politeama (2009).
Prima ancora di venire a conoscenza di ciò che ho scritto, dopo pochi minuti che seguivo il film di Pietro Marcello, ero già colpito dal volto del personaggio principale (Vincenzo Motta), dalla fotografia, dagli ambienti e dagli altri personaggi, dalle sequenze: passaggi continui presente- passato sempre in un clima psicologico squallido, misero, senza essere triste e opprimente. La vicenda mi è apparsa da subito come storia di diseredati, emarginati, eppure come storia di amore delicato, forte e sincero; mi richiamava alla mente - ci crederete?- i racconti del Naturalismo francese, Guy de Maupassanti per esempio, o del Verismo italiano, Capuana o Verga appunto per intenderci. Storia dunque di vinti ( vedi il ciclo dei Vinti di Verga ). Non ho pensato alla cinematografia neorealista, Rossellini, De Sica; ho pensato veramente ai racconti perché c’è quasi mezzo secolo di distanza tra questi e il cinema del secondo dopoguerra, e il film richiama più l’Ottocento che gli anni Quaranta del Novecento. Adesso posso dire che è una bella trasposizione di un romanzo verista in linguaggio cinematografico.
Enzo, emigrato dalla Sicilia, ex carcerato, e Mary, transessuale. Si sono conosciuti in carcere, si amano da vent’anni, si aspettano, hanno un sogno, il sogno di chi chiede poco persino ai sogni: una piccola casa in campagna col camino, un orto e dei cani randagi. Si raccontano, o meglio è lei che racconta, e il regista ci svela finalmente chi è la compagna di quest’uomo rude e tenero; lui la sostiene nel racconto con brevi interventi, mentre si stringe al petto uno dei loro piccoli bastardi, trattenendolo con dolcezza. Questo momento centrale del film è ripreso con un’inquadratura fissa, un campo medio, che li raccoglie entrambi insieme ai cani, e che dura chissà! forse dieci minuti? Senza stancare. Perché lo spettatore ricostruisce l’evento narrato e li vede soprattutto insieme. Splendido esempio che ci raccomanda che i movimenti di macchina non sono e non devono essere imperativi, ma si piegano alla narrazione, all’esigenza del racconto, al momento in cui la storia e gli accadimenti si bloccano perché è necessario che i personaggi spontaneamente mostrino le loro delicatezze, le loro forze. Credo che oltretutto con questa inquadratura in campo medio fisso si possa sottolineare la fedeltà di Pietro Marcello alla poetica del Verismo, fedeltà che si riconosce nella presenza del regista osservatore non giudicante, che si limita a rilevare il racconto dei due personaggi. Come se il regista ( la fotografia è dello stesso regista ) abbia detto loro: io sto qua e registro quello che dite, senza dire la mia. Perché se avesse utilizzato il movimento di macchina allora “avrebbe detto la sua”. Se la macchina è fissa, si osserva e basta. Se la macchina si muove ed esplora vuol dire che il regista cerca i suoi punti di vista, indaga gesti ed espressioni, interpreta, dice la sua.
Sembra pure che il regista abbia avuto sì un occhio attento al Verismo ma anche strizzato l’altro occhio al Naturalismo francese.
Nel Verismo “….( si punta) alla letteratura oggettiva senza intrusioni liriche o autobiografiche dello scrittore, … (a) un linguaggio che faccia parlare i personaggi con la loro lingua “ ( come scrive il Sapegno), la voce narrante è dunque un personaggio della storia; infatti nel film il regista ci fa ascoltare da subito la voce di Mary, che racconta prima ancora di apparire.
Nel Naturalismo c’è ugualmente il culto del documento, ma la voce narrante è l’autore e per questo sono presenti spesso pagine forti, dense e colorite; infatti nel film si sente e si ascolta più volte un’altra voce narrate, un commento poetico sulla parte dell’umanità emarginata e derelitta che approda sulle coste come gli uccelli (riferimento ai nostri immigrati ), che si ferma nelle grotte sul mare, che si riscalda con pochi legni raccolti, mentre le onde continuano a infrangersi sugli scogli.
Il commento poetico mi fa pensare alle interazioni tra i linguaggi. In genere mi infastidisco quando un film fa ricorso al linguaggio letterario, mi sembra una debolezza, una incapacità di dire col proprio linguaggio, quello filmico, tutto ciò che si vuole dire. Ma qui la voce narrante dice “cose”, parole, molto belle ( non importa di chi sono, se del romanziere di cento e passa anni fa o dello sceneggiatore ), e allora concludo che io sbaglio a pensare che sia il film a servirsi della poesia, forse è bene, oggi, che la poesia approfitti della maggior diffusione dell’opera filmica per tornare ad avere anch’essa la possibilità di penetrare nella pelle e nella testa di un ascoltatore.
Il cinema italiano va al di là della crisi economica che ci preoccupa; credo che si possa dire che stia vivendo una grande stagione creativa, che non teme confronti, che i registi, giovani e meno giovani, esordienti e non, hanno idee e i produttori, ricchi o meno ricchi, hanno coraggio.

Maurizio Mazzotta www.mauriziomazzotta.it