lunedì 15 marzo 2010

ANDARE AL CINEMA di Maurizio Mazzotta

TULPAN

Tulpan, la ragazza che non c’era di Sergey Dvortzevoy. Paesi produttori: Svizzera, Germania, Polonia, Russia, Kazakhistan 2008. Nello stesso anno il film ha vinto a Cannes il premio “Un Certain Regard”, ma è uscito nei cinema nel 2009.
Scritto dallo stesso Dvortzevoy e da Gennadi Ostrovsky è un film originale già nel tema: amare le proprie origini al punto di accettare ogni sacrificio pur di rimanere dove si è nati. Dunque non è la storia di chi se ne va, di chi fugge, si allontana e abbandona la propria terra per realizzare se stesso; ma di chi resta, senza subire, adoperandosi per migliorare le proprie condizioni fin dove è possibile.
Tulpan ( Tulipano, probabilmente ) è il nome di una ragazza; la ragazza che non c’era è il sottotitolo, che ci dice subito della prima condizione di infelicità per un giovane che vuole sposarsi e vuole vivere e lavorare nel suo ambiente.
Il film è un quadro realistico sulla vita dei pastori del Kazakhistan, senza compiacimenti, duro e tenero. Il protagonista è Asa, un giovane che ha appena assolto il suo obbligo militare, ha prestato servizio in marina e ora ha tanta voglia di raccontare le sue esperienze, anche di mettersi a lavorare, di fare insomma. E torna nella steppa. Non in un paese o villaggio, proprio nella steppa sconfinata. Non nella sua famiglia d’origine, ma in quella della sorella, perché non ha nessun altro. La sorella e il cognato sono una coppia di pastori nomadi; e Asa vuol fare il pastore, ma deve sposarsi per avere un suo gregge.
La ragazza Tulpan potrebbe rappresentare proprio la persona che vuole andar via. Asa non riuscirà mai a vederla, e nemmeno noi spettatori. Le trattative per l’eventuale matrimonio sono
tra il cognato e i genitori di lei. Lei lo rifiuta “perché ha le orecchie a sventola”. In realtà è perché vuole andare a vivere in città.
Ci sono altri personaggi nel film: i tre figli della sorella, cuccioli di cane, agnelli, pecore. Non sto scherzando e nemmeno ironizzando. Sono le relazioni all’interno di questa famiglia allargata, animali appunto compresi, che rendono personaggi gli stessi animali. E come non convincersi di questo quando c’è un momento in cui Asa salva la vita a un agnello neonato praticando la respirazione bocca a bocca, vicino alla pecora madre. Il regista non indulge su sguardi amorosi e riconoscenti dell’animale madre, ma la pecora è lì, presente, sofferente; è stata assistita, e il figlio è stato salvato dall’uomo. Tutti e tre sulla terra arida e polverosa della steppa. Non c’è nulla intorno, nemmeno un filo d’erba. Basta questo per fare di un film un film che ti riempie di pensieri e di emozioni.
Questa terra dà fatiche e pene e non regala nulla, nemmeno la vista di un paesaggio, nemmeno il pascolo per gli animali. Per questo ti costringe a cercare nuovi siti, che ti offrono sempre poco e per poco tempo. In questo senso Tulpan è un documentario che attraverso la vicenda di Asa racconta la steppa. Allora viene da chiedersi: la città più vicina è a centinaia di chilometri, la quotidianità è disperata; la solitudine sgomenta, a meno che non si popoli di donne nude, sempre le stesse foto di vecchi settimanali; il silenzio atterrisce, a meno che non sia rotto dal frastuono di una musica che ti scarica addosso un mondo lontano, irraggiungibile; viene da chiedersi, se questo è un mondo destinato a dissolversi, con che cosa ancora oggi questo mondo riesce a trattenere degli uomini che in fondo sono come me, come te, lettore, che molto probabilmente e in ultima analisi pensano ciò che penso io, ciò che pensi tu, della vita, della morte, se c’è qualcosa dopo, dell’amore. Che siano come me, come te, lo dimostra anche il fatto che questi uomini sanno cosa c’è al di là della steppa, e in qualche modo e misura ne sono attratti. Ma finiscono per restare trattenuti da qualcosa di più forte. Da cosa?
Quanto è lontano un film come questo dai film-fumetto di banditi e poliziotti, dalle commedie giocose, dalle storie sentimentali. Dai film che ci raccontano l’eterna, banale lotta tra il bene e il male.
Tulpan ha la forza di un documentario e la delicatezza di un racconto d’amore, amore verso il nulla. O forse verso ciò che è, per quanto inspiegabile, l’essenza della vita.

Maurizio Mazzotta www.mauriziomazzotta.it