lunedì 12 aprile 2021

 

BAZZECOLE E PISTACCHI

Le frasi che uccidono 2°

  • Faccio sempre una pessima figura
  • Non è mai colpa mia
  • Tentare è il primo passo verso il fallimento
  • Il giudizio degli altri è più importante del mio
  • Investire su se stessi è una perdita di tempo
  • Il mondo è creato per i furbi
  • Non vale la pena sforzarsi, le cose vanno come devono andare


Non è tanto difficile controllare queste frasi che nascono dalla nostra testa e veramente tentano - e a volte riescono - di ucciderci. 

Appena “sentiamo dentro di noi” frasi simili a quelle poste all’inizio come se fossero dette da qualcuno, chiediamoci prima di tutto se corrispondono al vero, o se sono esagerate ed enfatizzano aspetti che hanno poco a che fare con le nostre capacità. Poi verifichiamo se veramente corrispondono alla nostra esperienza, intendendo anche l’esperienza che abbiamo delle vicende altrui. 

Per esempio consideriamo la frase “Investire su se stessi è una perdita di tempo”. Se conosciamo qualcuno che “investe su se stesso”, che si è posto degli obiettivi e si è dato da fare e ancora è impegnato a raggiungerli,  meditiamo sui suoi comportamenti. Cosa fa per raggiungere gli obiettivi che si è posto? E le nostre capacità sono tanto diverse dalle sue?   A questo punto ci chiediamo: chi “parla dentro di noi” e dice che “investire è una perdita di tempo” vuole aiutarci, darci dei suggerimenti, oppure vuole, al contrario, colpirci e annientarci? Si tratta di autolesionismo. E allora poniamoci la domanda: perché voglio farmi del male?

Se esaminiamo noi stessi e le nostre capacità con un certo grado di realismo, ci possiamo rendere conto per esempio se una cosa siamo in grado di farla oppure no. Se siamo in grado, facciamo il possibile per realizzarla; altrimenti decidiamo se apprendere oppure lasciar perdere. Questo significa “controllarci”, nel senso che  il luogo in cui avviene questo controllo si trova dentro di  noi.  

Vediamo questa  frase: “Tanto io sono fortunato!” (oppure "sfortunato").

Fare ricorso alla fortuna-sfortuna sposta il “luogo del controllo”.  Se  concludiamo che le capacità dell’individuo, quindi anche le nostre, non hanno nulla a che fare con ciò che gli accade nella vita, significa che  ci abbandoniamo al “caso”, che non possiamo controllare, e dunque il luogo del controllo sarebbe fuori di noi. 

Cosa voglio dire? Che frasi come: “Tanto io sono fortunato (o sfortunato)!”. “Non vale la pena sforzarsi, le cose vanno come devono andare”. “Non è mai colpa mia”: sono delle scuse; dunque non riconosciamo le nostre responsabilità, tiriamo i remi in barca,  siamo vigliacchi,  il nostro atteggiamento è quello del perdente. Siamo dei perdenti prima di perdere, 

che è peggio del perdente che perde dopo che si è dato da fare e ha lottato e che per questo non è un perdente. Significa che ha perduto una battaglia, ma non si è lasciato fiaccare.

In conclusione: se ci diciamo frasi come quelle dell’inizio, conviene analizzarle   e cercare di capire perché ce le diciamo.

domenica 21 marzo 2021


BAZZECOLE E PISTACCHI

 

Le frasi che uccidono 1°
 
La frase che eccelle nel massacrare l’individuo è un TU DEVI imprecisato
che qualcuno ci pone nella testa e che in breve dilaga e pervade tutto ii nostro essere. In più c’è da dire che questa frase possiede una caratteristica micidiale, quella di mascherarsi. Per questo è più difficile difendersi. 
 
Allora alleniamoci intanto a individuare quelle frasi che ci poniamo noi stessi nella nostra testa. Frasi come queste che seguono:
“Come sempre, non ce la farò”. “Troppo facile, per questo mi è riuscito”. “Per forza! Sono stato aiutato”. Sono frasi che rivelano scarsa fiducia in se stessi.
Oppure frasi, come queste altre, che dimostrano all’opposto un’eccessiva autostima. Per esempio: “Se proprio voglio, imparo queste cose in quattro e quattr’otto”. Frase a rischio, perché una fiducia eccessiva in noi stessi ci fa compiere azioni che possono tradursi in insuccessi.
Oppure: “Volere è potere!”. Quest’ultima è insopportabile, e infatti come il TU DEVI sono gli altri a dettarcela e se sono genitori o insegnanti, comunque persone per noi importanti, siamo fottuti perché come il TU DEVI penetra nel cervello più facilmente e ci condiziona per tutta la vita. 
 
Insomma tra frasi che diciamo a noi stessi e frasi che ci iniettano nella testa abbiamo un corredo di pensieri che contribuiscono comunque a indebolire la nostra autostima: temiamo di agire oppure agiamo da incoscienti e ci  procuriamo  insuccessi. Come se non bastassero le vicende che aggrediscono dall’esterno, abbiamo anche il nostro terreno interiore minato, e molte di queste mine ce le siamo poste noi stessi. Sono frasi che uccidono e dobbiamo imparare per prima cosa a riconoscerle, poi a difenderci. 
Credo che questo sulle “frasi che uccidono” sia un discorso da affrontare proprio in circostanze come questa.
Durante la pandemia, se superiamo la disperazione, ci predisponiamo al bilancio con l’intenzione di una valutazione realistica, guidata dalla consapevolezza e dall’accettazione, scevra dei condizionamenti che fanno vedere il peggio ovunque, favorendo una visione del mondo e di noi stessi infantile e distorta.
 
Alla prossima
 

      

 

 

 

 

 

 

  

domenica 7 marzo 2021

 Draghi, il Presidente e  l’effetto alone. 

Maurizio Mazzotta 
 


 

     Un amico e collega realizzava il suo bisogno di paternità adottando intellettualmente quei laureandi che presentavano particolari doti intellettuali. Una dote che lo affascinava era la capacità logica e Alessandro, un suo studente, lo aveva conquistato proprio per questo.
 
Accadde che Alessandro, ventitré anni, che oltre a prendere sul serio lo studio frequentava le palestre, le discoteche e tutto il resto della sua età, rischiò di essere investito da un'automobile mentre attraversava la strada. Si salvò dall'impatto violento saltando sul cofano. Seppi di questo episodio dal collega amico che in  una pausa dal lavoro, me lo riferì così: 
“L’altro giorno Alessandro ha corso un bel rischio. Ero alla finestra e ho visto tutto. Lui, uscito dall’università, stava attraversando la strada, quando si è visto venire addosso un bolide… C’era un automezzo fermo in doppia fila, non poteva fare altro che saltare… in alto, superare l’automobile che lo stava per travolgere. È un logico quel ragazzo! Dimostra sempre le sue capacità logiche…”
Mi ricordai di un gatto, che stretto in un angolo e bloccato da un ostacolo  se ne liberò con un salto in alto. 
Non dissi del gatto, intervenni facendo notare all’amico che Alessandro aveva molte altre abilità: prontezza di rifIessi, agilità, forza. Non gli dissi che la capacità logica di Alessandro, gli faceva assimilare alla “logica” tutti gli altri aspetti della personalità del ragazzo. Non glielo dissi perché lui era un pedagogista e queste cose le sapeva.
 
Come la luce distribuisce intorno a sé un alone che illumina di luce impropria gli oggetti vicini, così per il mio amico  la capacità logica di Alessandro emanava una luce così forte  per cui il mio amico vedeva quella luce in qualunque cosa facesse o dicesse.
Succede a molti. A scuola alcuni insegnanti, colpiti positivamente da una capacità di un alunno, stravedono per lui: tutto ciò che dice e fa è straordinario. E pure chi conosce i processi psichici li subisce in determinate condizioni. Se ho riferito le frasi del mio amico è stato per sottolineare la forza di un tale condizionamento.
Questo è l’effetto alone, così definito in psicologia;  un effetto che può disturbare la valutazione quando si sta valutando l'operato di un'altra persona. Agisce dunque su chi valuta operando una distorsione valutativa. Nel bene e nel male.
 
Se questo effetto agisce su chi valuta, dobbiamo considerare proprio il valutatore, perché chi valuta ha un suo mondo, dà molta importanza ad alcune cose piuttosto che ad altre. L’amore per la logica, questo particolare aspetto dell’intelligenza umana, faceva parte del mondo interiore del mio amico, come alcune altre capacità, importanti oggi, fanno parte del mondo di molti di noi. Alcuni ammirano chi dimostra di essere competente (ahinoi la competenza, necessità dei tempi!)  e stravedono per i bravi economisti (comprensibile per la situazione in cui ci troviamo). 
Ora l’effetto alone, questo processo che condiziona il valutatore, può disturbare le valutazioni di chiunque, sia uno come noi, semplici osservatori, sia chi deve prendere importanti decisioni, come un Presidente, tanto per fare un esempio.
E dunque può accadere che la luce emanata dalla capacità di un grande economista -per continuare l’esempio- illumini di luce impropria altri aspetti della sua persona e dunque gli si attribuiscano altre capacità come quella  di guidare dei gruppi di lavoro e gli si affidi una squadra di governo di gente mista che più mista non si può….
Perché sto scrivendo? Perché ascolto, vedo e osservo alcuni aspetti e alcune azioni che mi lasciano perplesso nell'operato di Mario Draghi. Resto dubbioso su come spiegare certi cedimenti e contraddizioni, che non voglio elencare perché non è il momento, altrimenti io per primo mi giudicherei impaziente, nonché giudice improvvisato e superficiale, in quanto non so come vanno veramente le cose nelle stanze “interiori” del Parlamento. Ma c’è un aspetto invece che preoccupa, non solo me, e intendo dire: i silenzi del nuovo capo di governo.  
Io non amo chi parla molto, ma temo chi non parla. Ci possono essere mille fattori che spingono al silenzio, e sono di un tipo e del suo contrario. Chi governa, per quanto ligio ai dettati della Costituzione, non può trascurare le aspettative della gente e qualunque siano gli obblighi  deve rispondere alle attese, deve rassicurare, sempre e comunque tutti. Così un governante che non si mostra empatico nemmeno in tempi critici ed è sordo alle esigenze dei governati mostra quanto meno di essere… sordo. Ma il saper ascoltare è una capacità importante, una delle più importanti che dovrebbe avere un leader. 
Allora ecco il pensiero si intrufola nella mia testa: che il Presidente Mattarella sia stato condizionato dall’effetto alone? Che il Presidente, desideroso di competenza e proprio di un certo tipo, abbia visto Draghi come pieno di luce in tutte le capacità umane e dunque anche in quelle proprie di un capo? 
 
 
 
 

mercoledì 3 marzo 2021

                                                       


  Territorio e identità 

                                                       Maurizio Mazzotta
 
Un aeroporto, Francoforte, non -come di norma- folla composta e silenziosa, c’è qualcosa di diverso, c’è confusione, suoni, voci  concitate, gente che si affanna, parlate sconosciute, gli altoparlanti più aggressivi del solito, persino gli avvisi acustici martellano le tempie, ma ecco… una frase, un accento! Una voce di bambino scandisce un particolare modo di dire una frase: la riconosco, è mia! Una frase, che è mia! La cerco e trovo un bimbetto che parla ad alta voce alla sua mamma che lo tiene stretto per mano. 
È accaduto. Accade. Quanto più siamo lontani dal nostro territorio tanto più ci piace ascoltare e parlare la nostra lingua, ci commuove a volte. Nel caso nostro la lingua  salentina, il dialetto. Anche quando chi parla si esprime in italiano con le caratteristiche “O” aperte”, con la “z” sempre sonora. Il motivo? Perché ci ricordiamo a chi apparteniamo e chi ci appartiene.
Dunque bisogno di appartenenza. Io appartengo alla mia casa di campagna, dove ho fantasticato da piccolo e da grande. Il folto del vigneto antico, la selva dei ficodindia piena di insidie, gli ulivi che accendono la fantasia con le loro straordinarie movenze. E la casa! Con ìl fresco dei muri doppi che ci soccorrono nella controra di luglio. La casa di campagna appartiene a me. Questo è scambio. 
Ma il bisogno di appartenenza è sostenuto dal bisogno di identità. Appartengo e mi identifico dunque sono. 
E non sono soltanto io. In un territorio c’è un gruppo, anzi più gruppi di persone.
Cosa si scambiano in un territorio le persone che ci vivono? L’aria, la luce, il vento. I colori, i suoni, gli odori. Alberi, piante, pietra… e via via fino al linguaggio. Il linguaggio esprime la cultura di un gruppo, di un territorio e la veicolano. 
Bisogno di appartenenza e bisogno di identità creano   legami tenaci e forti, tenui o sottili. Certo dipende dalle esperienze, dal vissuto, sono comunque legami reali. Esistono. 
Ma il bisogno di identità è più complesso.
Un giorno feci una scoperta osservando una coppia di amici e il loro stare insieme. Notai che uno dei due quando riferiva su ciò che riguardava entrambi, si esprimeva immancabilmente con IO IO IO. Esempio “Ho comprato un nuovo divano” invece di “Abbiamo comprato un nuovo divano”. Conclusi che quella persona non aveva compreso per niente il significato della stare insieme, del condividere. Dell’essere parte di un “insieme” più ampio. Da allora mi sono sensibilizzato  e – quasi una compulsione – non posso fare a meno di osservare quanta gente è incapace  proprio di ciò che dovrebbe caratterizzare l’essere umano. E pensai allora ai ragazzi undicenni della mia breve esperienza a scuola, tanti anni fa, come insegnante. Al termine dell’anno scolastico mi complimentai con me stesso, perché avevano cominciato con un IO SPIETATO e a giugno erano diventati uno SPLENDIDO NOI. Il che dimostra quanto le capacità relazionali non siano soggette alle variabile dell’età e dell’esperienza. Ci sono bambini che capiscono il senso dello stare insieme e adulti che non ci riescono. 
Riconoscersi in un gruppo, sentirsi di far parte, di essere in un  insieme, di appartenere a un territorio e a una cultura. Non è sufficiente concludere che l’uomo è un essere sociale, conviene approfondire quali sono i fili e le trame, con i quali ci agganciamo l’un l’altro. Sì, conviene indagare perché spesso sono fili che si spezzano, trame che si deteriorano e commettiamo azioni contro natura. Non diventeremo mai ALTRI. Molti vanno a vivere in una città sconosciuta e quando tornano nella loro, d’origine, parlano (ci provano) con un accento che non può che essere falso.  Questa è azione contro natura perché chi la compie rifiuta se stesso. Accade di peggio! Ho letto in internet la proposta di festeggiare in Italia il giorno del Ringraziamento. Scegliere modelli di un’altra cultura è azione contro natura. In genere si è attratti dalla cultura dominante (e ciò la dice lunga sul rifiuto di se stessi e della propria storia). 
Ora voglio dire invece qualcosa di entusiasmante sulle condizioni  che generano spontaneamente il NOI. Sto pensando ai gruppi naturali, ovviamente la famiglia, ma anche ai gruppi territoriali, che si riconoscono soprattutto per  il linguaggio. Ma il NOI germoglia pure nelle unioni per condizioni  di vicinanza: pensiamo a scuola, alle classi; ai gruppi di lavoro molto coesi (specie all’inizio). E il NOI  -ovviamente – è proprio dei gruppi di persone che si scelgono, come gli amici (vedi gli adolescenti), o ancora la coppia. Il fenomeno della imitazione nella coppia assume un significato romantico…. Ci si scambia intercalari e gesti e pensieri.
In un gruppo, piccolo o grande che sia, appaiono dei fenomeni che possono essere posti su un continuo. Al centro di questo continuo c’è la coesione, che è ciò che caratterizza il gruppo, nel bene e nel male. Senza la coesione il gruppo non esiste. Può essere debole o forte, ma se le persone continuano a stare insieme c’è coesione: sono un gruppo. 
Se la coesione è al centro del “continuo” di fenomeni, cosa c’è  da una parte e dall’altra di questo continuo? 
Da una parte c’è la divergenza, dall’altra la identificazione. Entrambe positive e funzionali,  perché la prima fa crescere il gruppo, produce il cambiamento quindi nuova cultura; la seconda mantiene la cultura del gruppo e la sua sopravvivenza, importante per lo  stare insieme nel gruppo, in quanto ci si identifica e si imita chi si stima e chi si ama. Assumere inconsapevolmente atteggiamenti e comportamenti dei membri è sintomo della costituzione reale del gruppo. 
 
DUNQUE l’uomo nel gruppo ha bisogno di imitare. Che  si accentua poi con l’identificazione. Identificarsi è un po’ di più di imitare.  Imitare la persona a cui si è legati da affetto, è come se volessimo conservare dentro di noi qualcosa di questa persona. Identificarsi è come se volessimo essere proprio la persona che amiamo. Da adulti, anzi forse da vecchi ci scopriamo che somigliamo a nostro padre/madre. 
Eppure andiamo oltre: ampliamo lo spazio in cui siamo immersi, lo dilatiamo, e superiamo i genitori, superiamo le guide - buone - che abbiamo avuto: insegnanti, dirigenti. Coloro che ci hanno insegnato tanto, che ci hanno dato tanto, persino appunto se stessi. Forse è meglio dire che ce li siamo presi. 
Appartenenza e Identità producono sicurezze: NON SIAMO SOLI! Appartenenza e identità producono certezze: ABBIAMO RADICI. Bisogni che si dilatano, vanno oltre le persone, inglobano gli oggetti e non è più soltanto imitazione, è di più: è identità: noi siamo aria, luce, vento. Colori, suoni, odori. Alberi, piante, pietra… la lingua che parliamo: parole,  cadenze, intercalari. La lingua con cui ci esprimiamo. Che veicola la nostra cultura, dunque il territorio e tutto ciò che contiene. Questo nel nostro caso è salentinità. Ecco il successo di cantastorie e poeti che raccontano la nostra storia, che raccontano di noi a noi. Che ci ricordano le nostre emozioni attraverso metafore che illuminano la testa e accendono il petto.
 
 
 

domenica 21 febbraio 2021

     
                                                        BAZZECOLE E PISTACCHI 

Un problema serio:


chi sono io       
                                                                         

 
Il discorso sul “Chi sono” o “Chi siamo” presenta delle sfumature, dei distinguo, dei punti di vista.  
 
Io sono come mi vedono gli altri. 
Si può fare qualche verifica, un test semplice da distribuire ad amici e conoscenti: un elenco di aggettivi, abbastanza lungo, e chiedere agli amici di individuare e segnare gli aggettivi che secondo loro ci definiscono. Questo test (cercalo  nel mio sito), io l’ho utilizzato per me stesso; ho scoperto che per alcuni sono generoso, per altri il contrario; per alcuni affabile, per altri scontroso; fiducioso e diffidente; sereno e angosciato e tanti altri aggettivi che accoppiati si annullano. Sappiamo che ciò accade perché siamo condizionati dalle nostre esperienze, dalle nostre percezioni. 
Lo disse, e in un certo senso lo dimostrò, Pirandello che ciascuno di noi è “uno, nessuno, centomila”. Noi pensiamo di essere UNO e invece siamo “come ci vedono gli altri” e siccome gli altri sono tanti, siamo MOLTI (centomila), ma essere molti significa essere NESSUNO.
 
Io sono come appaio. 
Tipico della nostra “civiltà” dell’immagine! Il punto di vista si ribalta, ci mettiamo dalla parte di quelli che ci osservano. E costoro ci fanno da guida, ci indicano la strada: se vuoi essere qualcuno devi andare in televisione. Il massimo! Se ci esponiamo, ci mostriamo,  siamo giustificati a dare un’immagine di noi stessi anche non corrispondente al vero. Questo è stato sempre il problema dei politici e di tutti coloro che devono affrontare un pubblico. È una mistificazione micidiale per le conseguenze che produce. Intanto pare sia quella vincente, in quanto quella che convince di più. Ne abbiamo esempi in gran quantità in questi nostri anni.
 
Io sono come gli altri hanno voluto che fossi. 
Mio padre divenne architetto perché mio nonno gli dette lo stesso nome di Giuseppe Cino, architetto e scultore leccese della seconda metà del Seicento. Può sembrare una citazione giocosa, ma il discorso sottinteso non è giocoso, è piuttosto serio, perché tra le tesi che propongo per il “chi sono” è quella che presenta esiti sia negativi che positivi.  Sto accennando all’effetto da aspettativa diffuso in molte famiglie e in molte scuole (trattato più volte in queste pagine). Noi finiamo per essere ciò che gli altri si aspettano da noi. Se tuo padre ha fiducia in te, tu diventerai qualcuno; se l’insegnante è convinto che sei bravo, tu lo diventerai. Purtroppo accade anche il contrario. 
 
Io sono ciò che faccio. 
Accade a volte, se chiediamo a qualcuno: “chi sei?”, di avere una risposta del tipo: “sono avvocato”, “sono impiegato del comune”, “sono pittore”. L’individuo si identifica con ciò che fa. La consapevolezza di sé non va al di là di ciò che il soggetto fa di regola per un terzo delle ore del giorno.
Si può intendere anche, dal punto di vista dell’osservatore, che il soggetto ha assunto i modelli comportamentali in uso tra le persone che svolgono la sua stessa attività. 
Ero all’università con un amico e ci divertivamo a individuare dal modo di vestire l’appartenenza alla facoltà di Fisica o a quella di Ingegneria dei professori che entravano e uscivano dagli edifici, che erano adiacenti, dei due corsi di laurea. Parlo di qualche anno fa. Avevamo individuato che i Fisici vestivano come adolescenti: jeans, scarponcini, zaini, e gli ingegneri come manager in carriera: cravatta, giacca e borsa. 
È un fatto: alcuni rispondono al “chi sei” rivelatore dichiarando ciò che fanno; si deve accettare. Tuttavia attesta una coscienza di sé distorta.
 
Io sono ciò che vorrei essere. 
Io sono le mie illusioni, le mie esigenze insoddisfatte. Forse questa è la risposta più coerente alla domanda “Chi sei?”. Deve essere intesa però come risposta dinamica, una risposta che considera il nostro “tendere verso”. Naturalmente non una risposta infantile o folle del tipo “sono un grande musicista”, ma una risposta che tiene conto dei nostri progetti di vita, della tensione verso gli scopi che ci siamo prefissi. Una siffatta risposta ha anche un merito straordinario, quello di darci consapevolezza di noi stessi, intendo la  capacità di individuare la distanza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.
Conosco bene le strade che da Roma conducono a Lecce e viceversa. Un tempo le percorrevo spesso e in quel tragitto si svegliava una coscienza di me che acquistava sempre più forza; diventavano presenti e reali i desideri, gli incubi, le speranze, le certezze mentre le storie vere, ciò che mi era accaduto, sembrava si collocassero nel mezzo tra un viaggio e l’altro, tra un momento e l'altro di questa coscienza, e queste storie si accavallano, si fondevano, addirittura si annullavano, dunque non erano più reali. Insomma nella mia testa accadeva un capovolgimento: ciò che avevo vissuto era niente a fronte di ciò che desideravo o temevo. Non avrei giurato sull'esistenza di eventi, di oggetti, di nomi, di date. Ero soltanto io, fortemente io, dentro una scatola di metallo, sempre in un tratto qualsiasi di quella strada così piena di sogni. Dunque era la consapevolezza di ciò che desideravo che definiva il mio modo di essere, perché io ero quei sogni e non ero quel me lasciato a Roma o a Lecce. 
 
Ma io in fondo so chi sono veramente? 
Quando in greco, in latino e in tutte le lingue del mondo si imponeva quel “conosci te stesso” (nosce te ipsum), si puntava il dito sul soggetto stesso: devi conoscere te stesso perché è necessaria la conoscenza di sé. 
Un conto è la conoscenza di noi da parte degli altri, un conto è se siamo uno o molti, la domanda che resta è: a parte gli altri, il nostro UNO, cioè  la coscienza di noi stessi è così salda da restare in piedi? Per Pirandello no: infatti dice che siamo nessuno. Io credo e spero di sì, anche se tutti dobbiamo ammettere che la conoscenza di sé è un grosso problema. Lo dimostra appunto il fatto che il monito a conoscere noi stessi viene da civiltà di grande spessore. Tuttavia la consapevolezza di sé, se da una parte resta una chimera, dall’altra sembra rimanere in piedi.
Rimane in piedi saldamente quando, pure di fronte alle evidenze e al di là della ragione, io sono emotivamente e razionalmente convinto di essere vivo e che continuerò a vivere. E ciò riguarda i giorni che verranno. 
Rimane in piedi saldamente anche quando percorro il mio tempo all’indietro e penso alle mie azioni, ai miei pensieri, alle emozioni vissute, ancora vive al ricordo. 
Una persona che soffriva di emicrania e ogni mattina l’emicrania si svegliava insieme a lui, mi riferiva che in un periodo, in cui sembrava proprio che il disturbo lo avesse abbandonato, una certa mattina si svegliò e concluse che stava bene e che ciò gli accadeva da tempo. Insomma fu consapevole di essere guarito. Eppure ecco sorgere come un rimpianto del dolore alla tempia. “Era possibile - mi diceva -  che io desiderassi il dolore!?”  e a questa domanda si rispondeva convinto: “Il dolore mi dava una forte coscienza di me stesso, il dolore mi faceva essere presente a me stesso, mi sentivo vivo”. Mi disse che  aveva scoperto l’utilità del dolore e che ne aveva nostalgia. (Posso assicurarvi che non era masochista).

 

 

 

 

lunedì 15 febbraio 2021

 









Il sonoro e la musica nel film
 
Il cinema diventò sonoro nel 1927 ma ai registi non piacque. Per i  registi che dichiaravano l’indipendenza del cinema dalle altre arti, il film non aveva bisogno del sonoro. Avevano ragione o torto? Forse bisogna fare prima delle precisazioni. 
Era vero, secondo me: con il sonoro il cinema diventava più simile al teatro (si pensi ai dialoghi), ed era un teatro reso spettacolo di massa per una grande moltitudine di spettatori. Ovviamente ciò svegliava l'interesse dei produttori e dei registi di mestiere. 
Dunque chi credeva nel cinema come forma d’arte e linguaggio espressivo sosteneva che non aveva bisogno del sonoro; chi pensava al cinema come produzione  di spettacoli sosteneva che lo spettacolo migliorava ed era un vantaggio perché si diffondeva maggiormente e si incassava di più. Non era un caso che i gestori delle sale dove si proiettavano i film ingaggiavano anche un pianista che suonasse durante la proiezione.
Per i primi il cinema era arte visiva: fotografia in movimento; costoro credevano di difendere l’autonomia, in realtà lasciavano il cinema per metà ancorato a un’altra arte, la fotografia appunto. I secondi, per legare il cinema allo spettacolo, gli hanno invece paradossalmente dato più indipendenza e quindi più novità e carattere, disancorandolo dalla fotografia, per cui ora si può definire, grazie al sonoro, come arte audio-visiva. Ugualmente distante dalla fotografia e dal teatro. E dalla narrativa letteraria. Questa è la grande novità del cinema: non è l’unione di tre linguaggi, ne è la sintesi, e quindi la creazione di un nuovo linguaggio, il cui percorso storico viene evidenziato da momenti, da “tappe”, e si arricchisce di contributi. I grandi registi avevano torto, ma facevano bene a difendere l’autonomia. I produttori non difendevano l’autonomia né la combattevano, ma avevano ragione. 
Intanto però le vicende e i differenti interessi avevano posto le basi per far crescere il cinema lungo un binario: una linea portava alla creazione di un nuovo linguaggio, l’altra a una nuova forma di spettacolo.
Ci sono altri aspetti da precisare, perché quando si parlava di sonoro si intendeva dire: dialogo, suoni d’ambiente, musica. Oggi con la parola sonoro ci si riferisce soltanto ai suoni d’ambiente, ma al di là delle vicende delle parole, le cose non cambiano perché l’audio è formato da tre tracce: da parole, siano commenti di voci in campo o fuori campo oppure dialoghi; da suoni dell’ambiente reale in cui si svolgono gli eventi raccontati, comunque rumori che hanno a che fare con la storia; da musica, che commenta eventi, stati d’animo, ambienti fisici. Dialoghi, suoni e musica cosa rappresentano? Sono tutti e tre ugualmente necessari al film? 
Chi ritiene che il cinema sia una forma di spettacolo e si adopera perché in tal senso acquisti sempre più forza, nemmeno si pone questi quesiti, la risposta sarebbe ovvia: sì, sono necessari tutti e tre. Sono coloro che si occupano del grande cinema. Apertura a tutti e tre i “sonori”, e aggiungere effetti speciali anche a scapito dell’ascolto; poco importa se musica e rumori coprono i dialoghi. Il cinema spettacolo è sensazione. E dunque la fotografia si dilata negli effetti visivi; il montaggio crea sequenze allucinanti, ritmi impossibili. Il cinema spettacolo ha un’ambizione: creare una nuova tipologia di spettatori. E ci riesce. Era da dubitare?
Chi pensa al cinema come arte audiovisiva, e non vorrebbe che fosse inquinato dagli aspetti deteriori della spettacolarizzazione e chi, come i filmmakers, realizza il cinema povero, costoro vogliono che il cinema sia emozione e pensiero. Esprimere i propri sentimenti e le proprie idee. Toccare il cuore e la mente di chi vede e ascolta. Che è la ragione dell’esistenza di ogni linguaggio artistico. Per questi cinefili e creatori di cinema bisogna distinguere fra le tracce sonore. Dicono (diciamo, ci sono anch’io) che la musica è un commento, e non è necessaria. La musica spesso si sostituisce all’immagine e al parlato e sveglia emozioni, emozioni che ha svegliato prima e altrove in passato, se è già nota, o che continua a svegliare dopo, disancorata dal film, anche se è stata scritta per quel film. Cioè la musica ha una vita sua, come tutte le arti sveglia emozioni, e proprio per questo rischia di sostituirsi al film. Il film deve invece provarci col suo proprio linguaggio. Il punto è se il cinema ha bisogno della musica o se può farne a meno. Se non può farne a meno è un’arte zoppa, necessita di stampelle. 
In un certo senso si ritorna a ciò che pensavano i registi del 1927, l’anno del sonoro. Ecco perché dire se avevano ragione o torto non era risposta da liquidare con poche parole. 
Il film è una storia rappresentata per immagini in movimento e  che si svolge in un ambiente ricreato, in questo senso vero e quindi dialoghi e rumori d'ambiente sono parte integrante della narrazione filmica.  Anche la musica di un CD che il protagonista della storia ascolta perché ha bisogno di ricordare o di lasciarsi andare o di distrarsi entra in questa narrazione. In questo senso, cioè come parte dell'ambiente, la musica rientra. La musica invece che commenta gli eventi è qualcosa di aggiunto, che non esiste nella realtà, qualcosa che si inserisce  perché si ha timore che il racconto non sia sufficiente per svegliare e mantenere  la partecipazione dello spettatore. Abbiamo tanti esempi di film con una colonna sonora che eccede e di registi che si sono rivolti a grandi musicisti che hanno finito per avere la meglio. Infatti quanti film si ricordano più per la musica! Si accentua la spettacolarità appunto: son et lumière. Ma il cinema non è son et lumière. Il cinema ricco è ormai segnato; ci sono delle eccezioni per fortuna di  registi e produttori coraggiosi, ma nella sostanza non si può tornare indietro.
Non pretendo che chi legge sia d’accordo. Io però, che ho iniziato a parlare del cinema povero, concludo  queste pagine con un augurio per il cinema povero che povero non è: che salvi la sua autonomia da ogni altra forma d’arte.
 

lunedì 25 gennaio 2021





Il regno della Natura era il regno delle ninfe, delle piante, delle acque, dei monti

Tra le ninfe dei monti, abitatrici di montagne e valli, burroni e forre, la ninfa Eco è rimasta celebre per la sua triste storia d’amore. Perché Eco amava alla follia Narciso, figlio del fiume Cefiso. Ma Narciso non voleva saperne di lei, non sapeva rispondere al suo amore, non conosceva l’amore….e la bellissima Eco pianse tanto che si consumò per il dolore e di lei non rimase altro che la voce.
Afrodite, dea dell’amore, non sopportò l’incapacità di Narciso di rispondere ai richiami d’amore e volle punirlo.
Un giorno Narciso si accostò a una fontana sull’ Elicone per dissetarsi e scorse la sua immagine.
Lui che non conosceva l’amore lo conobbe quando si vide: si innamorò della sua immagine riflessa nello specchio dell’acqua. Ma non poteva, non poté raggiungere se stesso, oggetto del suo amore, e si addolorò, pianse e, come era accaduto ad Eco, si consunse, e lì sulla riva del fiume nacque un fiore che prese il suo nome, il narciso. 
Il fiore è simbolo di una bellezza senza cuore; “ narciso “ è una persona fatua e vanesia che ha il cuore rivolto solo a se stesso.

Avremmo potuto, da secoli, lasciarci guidare da quel “conosci te stesso” che nelle lingue, greca e latina, suona addirittura come monito, eppure chi pretende di educarci lo prende solo marginalmente in considerazione: generiche informazioni sul corpo umano, nessuna su di noi come persona, nessuna possibilità di meditare su come siamo e come ci comportiamo. Sicché usciamo da anni di classi che si succedono, da ordini e gradi di scuola, senza, o quasi, conoscerci. Perlomeno senza che nessuno si sia posto come guida affinché si realizzi il “conosci te stesso”. E la conquista di questo “conosci te stesso” rimane fatica per ciascuno di noi. 

Soffermarmi sulle mie sensazioni, meditare sulle mie emozioni, individuare aspetti del mio carattere, riconoscermi capace o incapace di fare, analizzare le mie aspettative per confrontarle con la realtà - la mia realtà e quella che mi circonda -, essere consapevole di come interagisco nel sociale: sono conquiste dell’adulto, e dell’adulto fortunato che abbia avuto un clima in famiglia favorevole, che abbia la sensibilità e la voglia di conoscersi, soprattutto la possibilità di instaurare rapporti interpersonali improntati alla comunicazione e allo scambio. 

Così nasce l'affettività positiva verso sé significa volersi bene, un accettarsi e un compiacersi di sé scevro da esagerati egocentrismi e da chiusure verso l’esterno; un volersi bene da adulto, un adulto che sa che anche gli altri hanno o possono avere motivi per volersi bene. Significa stimarsi, riconoscere i propri limiti senza drammi, le proprie capacità senza pavoneggiarsi. Comprende l’accettazione del proprio corpo - il piacersi -, l’accettazione delle proprie caratteristiche di personalità, degli aspetti che contraddistinguono il nostro comportamento; comprende l’approvazione delle proprie azioni, include le aspettative positive su di sé, si estende verso l’oggetto con la voglia di fare, e verso l’altro con la voglia di comunicare. Si tratta di un’affettività di base, positivamente correlata alle altre affettività con le quali si armonizza. Altrimenti emerge Narciso con la sua smania di mirarsi e la sua incapacità di guardarsi intorno, comunicare ed agire.