mercoledì 23 dicembre 2020

BAZZECOLE E PISTACCHI - LE FRASI CHE UCCIDONO

Le frasi che uccidono “Come sempre, non ce la farò”. “Troppo facile, per questo mi è riuscito”. “Per forza! Sono stato aiutato”. Sono frasi che rivelano scarsa fiducia in se stessi. Oppure frasi, come queste che seguono, che dimostrano all’opposto un’eccessiva autostima. Per esempio: “Se proprio voglio, imparo queste cose in quattro e quattr’otto”. Frase a rischio, perché una fiducia eccessiva in noi stessi ci fa compiere azioni che possono tradursi in insuccessi. Oppure: “Volere è potere!”. Quest’ultima è micidiale, perché più spesso sono gli altri a dettarcela e se sono genitori o insegnanti, comunque persone per noi importanti, siamo fottuti perché penetra nel cervello più facilmente e ci condiziona per tutta la vita. Insomma tra frasi che diciamo a noi stessi e frasi che ci iniettano nella testa abbiamo un corredo di pensieri che contribuiscono comunque a indebolire la nostra autostima: temiamo di agire oppure agiamo da incoscienti e ci procuriamo insuccessi. Come se non bastassero le vicende che aggrediscono dall’esterno, abbiamo anche il nostro terreno interiore minato… e molte di queste mine ce le siamo poste noi stessi. Sono frasi che uccidono e dobbiamo imparare per prima cosa a riconoscerle, poi a difenderci. Non è tanto difficile: appena “sentiamo dentro di noi” frasi simili a quelle poste all’inizio come se fossero dette da qualcuno che è dentro di noi, che ci sorveglia e giudica, chiediamoci prima di tutto se corrispondono al vero, o se sono esagerate ed enfatizzano aspetti che hanno poco a che fare con le nostre capacità. Poi verifichiamo se veramente corrispondono alla nostra esperienza, intendendo non solo la nostra esperienza personale, di cose che ci sono accadute, ma anche l’esperienza che abbiamo delle vicende altrui. Chiediamoci se questo qualcuno che “parla dentro di noi” vuole veramente aiutarci, darci dei suggerimenti, oppure vuole, al contrario, farci cadere. Si chiama autolesionismo. Esamino questa frase: “Tanto io sono fortunato! (O sfortunato)”. Le conseguenze sono le stesse. Fare ricorso alla fortuna-sfortuna sposta il “luogo del controllo”. Se esaminiamo noi stessi e le nostre capacità con un certo grado di realismo e di serenità, ci possiamo rendere conto per esempio se una cosa siamo in grado di farla oppure no. Se siamo in grado, ci impegniamo maggiormente a realizzarla; altrimenti decidiamo se imparare oppure lasciar perdere. Questo significa “controllarci”: il luogo in cui avviene questo controllo è in noi. Se invece rivolgiamo all’esterno la nostra attenzione, a ciò che accade per esempio agli altri, e concludiamo che le capacità dell’individuo non hanno nulla a che fare con ciò che gli accade nella vita, allora ci abbandoniamo al “caso” che non possiamo controllare perché il luogo del controllo sarebbe fuori di noi. Cosa significa tutto questo? Che frasi come: “Tanto io sono fortunato (o sfortunato)!”. “Non vale la pena sforzarsi, le cose vanno come devono andare”. “Non è mai colpa mia”: sono delle scuse; significano che non riconosciamo le nostre responsabilità, che tiriamo i remi in barca, che siamo vigliacchi, che il nostro atteggiamento è quello del perdente. Siamo dei perdenti prima di perdere, che è peggio del perdente che perde dopo che si è dato da fare e ha lottato e che per questo non è un perdente. Significa che ha perduto una battaglia, ma non si è lasciato fiaccare. Sì, credo che questo sia un discorso da affrontare nel periodo di giorni festivi più lungo dell’anno, e proprio come in questa circostanza, quando i giorni festivi sono vissuti da prigionieri e il “popolare” bicchiere, mezzo pieno di gioie e mezzo vuoto per il nulla che addolora, sembra del tutto vuoto per via delle assenze come gli affetti, che siamo abituati a ripristinare condensandoli in questi giorni, e per via della serenità che ci manca, assediati come siamo da preoccupazioni, da timori per i possibili agguati di un male che penetra ovunque invisibile e subdolo. Questi giorni si addicono al bilancio purché nostra intenzione sia quella di una valutazione realistica, guidata dalla consapevolezza e dall’accettazione, scevra di condizionamenti che corrompono e fanno vedere il peggio ovunque. E si attribuiscono colpe che ci predispongono a una visione del mondo e di noi stessi infantile e distorta.

lunedì 30 novembre 2020

CURRICULUM e FILMOGRAFIA di Maurizio Mazzotta Maurizio Mazzotta - psicologo e psicopedagogista in pensione Hobby: narrativa e cinema Maurizio Mazzotta, nato a Brindisi il 13.05.1939 residente a 73100 Lecce - via De Donno n.14 mail:mauriziomazzotta39@libero.it - maurizioblog@gmail.com sito:www.mauriziomazzotta.it cell 368 7615844 Laurea in Lettere, Roma La Sapienza 1964 Laurea in Psicologia, Roma La Sapienza 1976 Insegnante di Lettere, poi psicologo e psicopedagogista. Attività ventennale di formazione degli adulti (insegnanti, psicologi, dirigenti di aziende). Studi, ricerche e pubblicazioni sulla lezione frontale, la comunicazione, la gestione del gruppo operativo, la creatività, l'affettività. Da sempre racconta storie, con le parole, poi anche con i film. Il suo interesse l’essere umano: le spropositate ambizioni dell’uomo, la straordinaria capacità di comprendere della donna. Le manie che lo sorreggono: sciogliere le inibizioni, migliorare le capacità comunicative, stimolare la creatività.  PUBBLICAZIONI SIGNIFICATIVE sono esclusi gli articoli su giornali e riviste DIDATTICA E PSICOLOGIA DELL’EDUCAZIONE Un'esperienza di creatività di gruppo, AECC, Roma 1982 - La programmazione, Bulgarini, Firenze 1982 - Come organizzare la lezione, Giunti Lisciani, Teramo 1985, 1987, 1991 - Come educare alla creatività, Giunti Lisciani, Teramo 1990, 1993 - Didattica del gruppo - Strategie di conduzione, Giunti Lisciani, Teramo 1993 - Sottoprogramma 9 - Dispersione scolastica (coautore F. Priore ), MPI-UE, Galatina 1996 - Il metodo divergente, MPI-UE, Galatina 1997 - Educare all’ascolto e alla voglia di leggere, Youcanprint, Tricase 2018 - L'educazione affettiva ed emotiva, CSA, Castellana Grotte 2018 SAGGISTICA - Allo specchio (articoli semiseri),Essereuomo, ebook, Tricase 2014 - Il cinema povero, Essereuomo, ebook, Tricase 2015 NARRATIVA Terra del Salento (racconti), Delfino, Taranto 1963 - Racconti aritmetici in AA VV Aritmetica razionale, Lucarini, Roma 1984 - Favole matematiche in AA VV Nuovi Programmi, I.D.E., Teramo 1988 - La lettura intelligente (coautrice Maria Rosaria Savoia ), n. 6 volumi di narrativa con parte didattica per le scuole Elementari e Medie, Giunti Lisciani, Teramo 1994,1995 - Nella magia delle Torri, romanzo, Edizioni del Grifo, Lecce 1999 - Gli uomini delle vigne, romanzo, L’Officina delle Parole, Lecce 2006 e 2020 col titolo La luce segreta del Salento - Tangass, romanzo, L’Officina delle Parole,Lecce 2015 - Mercante di fantasia. Audiolibro, L’Officina delle Parole, Lecce 2016 - Le sue dita come stecchi di mandorlo, Essereuomo, ebook, Tricase 2019 FILMOGRAFIA Esperienze nel cinema come sceneggiatore negli Anni Settanta. Realizzazione più significativa in quegli anni il lungometraggio in pellicola Testa giù gambe in aria ( 1972 ) con Corrado Pani e Marina Malfatti, regia Ugo Novello – Produzione Coop Welcome film. Inserito a maggio 2008 al cinema Trevi nella rassegna “Terrorismo, contestazione e cinema indipendente” gestita dalla Cineteca Nazionale di Roma. Dal 2003 attività di filmmaker - autore, regista e produttore -2003. -Gli uomini delle vigne (90’) -2004. Bella signoracortometraggio ( 18‘) -2005. Giacomo o dell’inquietudine ( 20’) -2006. Se fosseun caso ( 15‘) -2006. Perdizione ( 11’ -2007. Cuore di mamma ( 18’) -2008. Eltango es sueno ( 6’) -2009. Il cuore nei piedi, riflessioni sul tango ( 20’)docufiction, co-regia di Marirò Savoia -2010. Amen (22’) -2011. Il viaggio delrimorso (22’) -2016. Fanculo Libertà (18’) -2017. Manichine (19’) -2018. La vera storia della parrucchendola e del garziere (29’)

venerdì 27 novembre 2020


 IN BAZZECOLE E PISTACCHI 

Ci facciamo ridere

 

Attenzione: Se io ti racconto una barzelletta e tu ridi, posso concludere: “Io ti faccio ridere”. Se la racconto a un altro, e ride anche lui, dico: “Io lo faccio ridere”. Naturalmente a tutti e due insieme, se ridono, esclamerò soddisfatto: “Io vi faccio ridere”. E così pure se parlo di altri, mi vanto e divulgo: “Io li faccio ridere” appagato della mia vis comica. 

 

E che succede se io faccio ridere anche me perché, per esempio, mi è venuta in mente una battuta assai divertente, te la dico e ridiamo insieme, tu ed io? Per questa situazione la frase dovrebbe essere: “Io ci faccio ridere”. 

Ma abbiamo soggezione della lingua italiana, perché la frase è corretta ma ci sembra stonata e preferiamo non sottolineare che ridiamo anche noi alle nostre battute.  

 

Però la questione veramente si allarga e si trasforma in altra: da linguistica diventa psicologica.  Viene voglia di indagare e una domanda si impone: non diciamo “Io ci faccio ridere” perché suona male nella lingua italiana o perché non ci piace quando ci facciamo ridere? E intendiamo che non ci piace ridere alle nostre stesse battute oppure non ci piace ridere proprio di noi stessi, cioè delle cose che diciamo e facciamo? Ecco che scaturisce una preoccupazione molto seria, perché se non ridiamo di noi stessi è un grosso guaio. Invece purtroppo tendiamo a ridere degli altri, che è peggio.

 

Così un discorso semiserio sulla nostra lingua ne ha aperto un altro che invece appare subito grave, e lo è. 

È bene ridere di noi stessi, indipendentemente dalle battute che ci vengono in mente. È bene ridere di noi stessi e di ciò che ci accade, anche delle avversità sia se sappiamo affrontarle e tenerle a bada, perché potrebbero dilatarsi, sia se ci lasciamo abbattere da ciò che ci accade di spiacevole. Molti invece si difendono dalle disgrazie negandole, sperano così di esorcizzarle, di allontanare in questo modo il male. Non sanno che il male permane e che invece dobbiamo agire su di noi, in noi, per irrobustirci, e non sanno, in molti, che il ridere di noi ci serve proprio perché ci dà vigore e ci fortifica. Mentre il ridere degli altri alla lunga ci rende fragili.  

 

 

 

 

domenica 15 novembre 2020




BAZZECOLE E PISTACCHI - Il mio esperto è più esperto del tuo

 

 

Spesso accade in internet – il periodo è favorevole –  che leggiamo scritti di persone che vengono presentate come esperti di qualcosa e forse lo sono nel senso che hanno studiato l’oggetto o l’evento in questione. 

Ma quando l’oggetto o l’evento è controverso ecco che chi si oppone a certe spiegazioni “contrattacca” presentando altri esperti,  che esprimono argomentazioni opposte.  Allora emerge  e si accende  una curiosa battaglia di esperti e di chi li propone, che sembra proprio che ciascuno dica all’avversario “il mio esperto è più esperto del tuo”.

 

Io penso che proprio in condizioni come questa  di “crisi della salute” (prego notare non uso la parola pandemia per rispetto verso chi non crede ad essa), dovremmo accantonare quello che dicono gli altri perché abbiamo occhi per vedere e orecchie per sentire e soprattutto testa per pensare, che significa analizzare la realtà che ci circonda, ossia osservare, dedurre, inferire. Questo che accade nel mondo si impone come esercizio per abituarci a giudizi indipendenti, sia pure errati, a conclusioni frutto di meditazioni, dunque non affrettate. 

Gli esperti condizionano con il carisma,  che può non corrispondere a una effettiva competenza, ci influenzano con suggestioni di ogni tipo, con la prepotenza della loro presenza sui media.