domenica 21 febbraio 2021

     
                                                        BAZZECOLE E PISTACCHI 

Un problema serio:


chi sono io       
                                                                         

 
Il discorso sul “Chi sono” o “Chi siamo” presenta delle sfumature, dei distinguo, dei punti di vista.  
 
Io sono come mi vedono gli altri. 
Si può fare qualche verifica, un test semplice da distribuire ad amici e conoscenti: un elenco di aggettivi, abbastanza lungo, e chiedere agli amici di individuare e segnare gli aggettivi che secondo loro ci definiscono. Questo test (cercalo  nel mio sito), io l’ho utilizzato per me stesso; ho scoperto che per alcuni sono generoso, per altri il contrario; per alcuni affabile, per altri scontroso; fiducioso e diffidente; sereno e angosciato e tanti altri aggettivi che accoppiati si annullano. Sappiamo che ciò accade perché siamo condizionati dalle nostre esperienze, dalle nostre percezioni. 
Lo disse, e in un certo senso lo dimostrò, Pirandello che ciascuno di noi è “uno, nessuno, centomila”. Noi pensiamo di essere UNO e invece siamo “come ci vedono gli altri” e siccome gli altri sono tanti, siamo MOLTI (centomila), ma essere molti significa essere NESSUNO.
 
Io sono come appaio. 
Tipico della nostra “civiltà” dell’immagine! Il punto di vista si ribalta, ci mettiamo dalla parte di quelli che ci osservano. E costoro ci fanno da guida, ci indicano la strada: se vuoi essere qualcuno devi andare in televisione. Il massimo! Se ci esponiamo, ci mostriamo,  siamo giustificati a dare un’immagine di noi stessi anche non corrispondente al vero. Questo è stato sempre il problema dei politici e di tutti coloro che devono affrontare un pubblico. È una mistificazione micidiale per le conseguenze che produce. Intanto pare sia quella vincente, in quanto quella che convince di più. Ne abbiamo esempi in gran quantità in questi nostri anni.
 
Io sono come gli altri hanno voluto che fossi. 
Mio padre divenne architetto perché mio nonno gli dette lo stesso nome di Giuseppe Cino, architetto e scultore leccese della seconda metà del Seicento. Può sembrare una citazione giocosa, ma il discorso sottinteso non è giocoso, è piuttosto serio, perché tra le tesi che propongo per il “chi sono” è quella che presenta esiti sia negativi che positivi.  Sto accennando all’effetto da aspettativa diffuso in molte famiglie e in molte scuole (trattato più volte in queste pagine). Noi finiamo per essere ciò che gli altri si aspettano da noi. Se tuo padre ha fiducia in te, tu diventerai qualcuno; se l’insegnante è convinto che sei bravo, tu lo diventerai. Purtroppo accade anche il contrario. 
 
Io sono ciò che faccio. 
Accade a volte, se chiediamo a qualcuno: “chi sei?”, di avere una risposta del tipo: “sono avvocato”, “sono impiegato del comune”, “sono pittore”. L’individuo si identifica con ciò che fa. La consapevolezza di sé non va al di là di ciò che il soggetto fa di regola per un terzo delle ore del giorno.
Si può intendere anche, dal punto di vista dell’osservatore, che il soggetto ha assunto i modelli comportamentali in uso tra le persone che svolgono la sua stessa attività. 
Ero all’università con un amico e ci divertivamo a individuare dal modo di vestire l’appartenenza alla facoltà di Fisica o a quella di Ingegneria dei professori che entravano e uscivano dagli edifici, che erano adiacenti, dei due corsi di laurea. Parlo di qualche anno fa. Avevamo individuato che i Fisici vestivano come adolescenti: jeans, scarponcini, zaini, e gli ingegneri come manager in carriera: cravatta, giacca e borsa. 
È un fatto: alcuni rispondono al “chi sei” rivelatore dichiarando ciò che fanno; si deve accettare. Tuttavia attesta una coscienza di sé distorta.
 
Io sono ciò che vorrei essere. 
Io sono le mie illusioni, le mie esigenze insoddisfatte. Forse questa è la risposta più coerente alla domanda “Chi sei?”. Deve essere intesa però come risposta dinamica, una risposta che considera il nostro “tendere verso”. Naturalmente non una risposta infantile o folle del tipo “sono un grande musicista”, ma una risposta che tiene conto dei nostri progetti di vita, della tensione verso gli scopi che ci siamo prefissi. Una siffatta risposta ha anche un merito straordinario, quello di darci consapevolezza di noi stessi, intendo la  capacità di individuare la distanza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.
Conosco bene le strade che da Roma conducono a Lecce e viceversa. Un tempo le percorrevo spesso e in quel tragitto si svegliava una coscienza di me che acquistava sempre più forza; diventavano presenti e reali i desideri, gli incubi, le speranze, le certezze mentre le storie vere, ciò che mi era accaduto, sembrava si collocassero nel mezzo tra un viaggio e l’altro, tra un momento e l'altro di questa coscienza, e queste storie si accavallano, si fondevano, addirittura si annullavano, dunque non erano più reali. Insomma nella mia testa accadeva un capovolgimento: ciò che avevo vissuto era niente a fronte di ciò che desideravo o temevo. Non avrei giurato sull'esistenza di eventi, di oggetti, di nomi, di date. Ero soltanto io, fortemente io, dentro una scatola di metallo, sempre in un tratto qualsiasi di quella strada così piena di sogni. Dunque era la consapevolezza di ciò che desideravo che definiva il mio modo di essere, perché io ero quei sogni e non ero quel me lasciato a Roma o a Lecce. 
 
Ma io in fondo so chi sono veramente? 
Quando in greco, in latino e in tutte le lingue del mondo si imponeva quel “conosci te stesso” (nosce te ipsum), si puntava il dito sul soggetto stesso: devi conoscere te stesso perché è necessaria la conoscenza di sé. 
Un conto è la conoscenza di noi da parte degli altri, un conto è se siamo uno o molti, la domanda che resta è: a parte gli altri, il nostro UNO, cioè  la coscienza di noi stessi è così salda da restare in piedi? Per Pirandello no: infatti dice che siamo nessuno. Io credo e spero di sì, anche se tutti dobbiamo ammettere che la conoscenza di sé è un grosso problema. Lo dimostra appunto il fatto che il monito a conoscere noi stessi viene da civiltà di grande spessore. Tuttavia la consapevolezza di sé, se da una parte resta una chimera, dall’altra sembra rimanere in piedi.
Rimane in piedi saldamente quando, pure di fronte alle evidenze e al di là della ragione, io sono emotivamente e razionalmente convinto di essere vivo e che continuerò a vivere. E ciò riguarda i giorni che verranno. 
Rimane in piedi saldamente anche quando percorro il mio tempo all’indietro e penso alle mie azioni, ai miei pensieri, alle emozioni vissute, ancora vive al ricordo. 
Una persona che soffriva di emicrania e ogni mattina l’emicrania si svegliava insieme a lui, mi riferiva che in un periodo, in cui sembrava proprio che il disturbo lo avesse abbandonato, una certa mattina si svegliò e concluse che stava bene e che ciò gli accadeva da tempo. Insomma fu consapevole di essere guarito. Eppure ecco sorgere come un rimpianto del dolore alla tempia. “Era possibile - mi diceva -  che io desiderassi il dolore!?”  e a questa domanda si rispondeva convinto: “Il dolore mi dava una forte coscienza di me stesso, il dolore mi faceva essere presente a me stesso, mi sentivo vivo”. Mi disse che  aveva scoperto l’utilità del dolore e che ne aveva nostalgia. (Posso assicurarvi che non era masochista).